La visita «privata» del Capo dello Stato, On. Giorgio Napoletano, a Londra ha avuto, forse, un significato politico ben maggiore, come spessissimo accade, di tante visite «ufficiali». Nell’incontro con Sua Maestà la Regina Elisabetta II, ed in quelli con altre personalità della vita politica e sociale del Regno Unito, infatti, ha avuto modo di ribadire il Suo convincimento, che condividiamo in pieno in quanto è anche il nostro, che l’Europa non ha un futuro degno di sé, cioè all’altezza delle responsabilità che porta per la sua storia, se l’Unione europea non saprà integrarsi militarmente e, quindi, esprimere una sua politica unitaria in questo mondo, tra le potenze globali. È significativo sia andato a dirlo alla Sovrana ed a esponenti della società civile delle isole britanniche, poiché la tendenza al tradizionale isolamento si scontra sempre di più, lì, con l’acquisizione del dato empirico del sempre più inconsistente peso internazionale del Regno senza Impero, e della forza dell’Unione europea quando s’esprime in forme integrate. Dall’ultima guerra del golfo persico, infatti, è toccato proprio a governi laburisti constatare come il ruolo britannico nella regione sia defunto con lo scioglimento, a suo tempo, della CENTO, una sorta di piccola NATO a guida britannica per quell’area, che i governi laburisti del secondo dopoguerra vollero demolire, nello smantellamento generale d’ogni ruolo imperiale, a cui s’è fatalmente sostituito, in quanto la politica non ammette vuoti, quello egemonico della federazione nordamericana. La politica monetaria isolazionista, che ha impedito sino adesso l’ingrasso del Regno Unito nell’Euro, ha prodotto all’attuale fine ingloriosa della Sterlina, naufragata in un’inflazione di carta moneta stampata a grande tiratura, nell’illusione di seppellire sotto quella montagna di biglietti senza valore la crisi finanziaria in atto, mentre proprio l’Euro s’impone sui mercati. Con diplomazia, il Capo dello Stato italiano, a Londra, ha sottolineato come gli europei covino troppo spesso la tendenza a scaricare sulle spalle degli Stati Uniti dell’America settentrionale l’onere della loro difesa. Preoccupazione che sottintende che chi ha bisogno della protezione altrui accetta di farsi un protettorato, il ché, non solo nel caso della Gran Bretagna, vuol dire farsi da dominante «dominio». Di questo Sua Maestà la Regina è perfettamente consapevole, speriamo che lo sia il Suo governo. La determinazione colla quale quel ministro ha convinto i Comuni ed i Lords a ratificare il Trattato di Lisbona lascerebbe credere che lo sia. Ma lo è la gente, ed il personale politico ordinario, anche sul continente, da noi? Sotto tale profilo la campagna elettorale per il Parlamento europeo è deludente. I maggiori partiti usano le elezioni al Parlamento europeo per una resa di conti solo domestica, che prescinde totalmente dall’urgenza dell’Europa di esistere, se si vuole che i cittadini europei possano ancora esserlo di uno Stato sovrano. Su questo vorremmo chiedere al Capo dello Stato di usare dell’autorità morale della carica, e rivolgersi agli italiani ed ai loro partiti per ricordare che Parlamento vanno ad eleggere.
Emanuele Filiberto di Savoia, candidato al Parlamento Europeo nelle liste dell’UDC, si è recato quest’oggi in visita a Cuneo per incontrare le realtà economiche e dell’artigianato della piú grande provincia del Piemonte.
 Dopo la visita a S.E. Mons. Giuseppe Cavallotto, vescovo di Cuneo e Fossano, dove si é parlato della necessitá di evidenziare l’importanza delle radici cristiane e dei valori tradizionali italiani in Europa, Emanuele Filiberto ha incontrato, insieme all’Onorevole Teresio Delfino, il presidente della Confartigianato Sebastiano Dutto per approfondire le necessitá delle imprese artigiane cuneesi. Il candidato UDC ha poi incontrato il presidente provinciale della Confagricoltura ed alcune rappresentanze del commercio.
 “La provincia di Cuneo è conosciuta per la sua fitta rete di piccole imprese artigiane, agricole e per l’allevamento. Esse rappresentano l’eccellenza nel settore imprenditoriale piemontese e sono punto di riferimento a livello internazionale. Ho voluto incontrare i rappresentanti delle categorie, che ringrazio per la disponibilità, per comprendere le difficoltá che essi affrontano quotidianamente per sviluppare questi importanti settori. L’Europa, anziché rappresentare per queste piccole aziende un’opportunitá di sviluppo e sostegno è d’intralcio per la troppa burocrazia. Credo fermamente che l’artigianato, l’agricoltura e l’allevamento del cuneese debbano essere ampiamente sostenuti ed è mia intenzione, in sede europea, promuovere lo snellimento delle procedure. È inoltre evidente che questa grande provincia sia ormai da troppi anni abbandonata e priva di quelle infrastrutture basilari che potrebbero consentire il collegamento con l’Europa, elemento necessario per un concreto ed effettivo sviluppo.   Mi riprometto pertanto di inserire nel mio programma elettorale questi punti necessari per tutto il tessuto delle piccole e medie imprese della nostra Italia” Emanuele Filiberto di Savoia
Emanuele Filiberto di Savoia, candidato al Parlamento Europeo nell’UDC, ha incontrato a Pinerolo il Vescovo S.E. Mons. Pier Giorgio de Bernardi. L’incontro fa parte di una lunga tradizione che ha sempre visto comunanza di valori e di intenti tra il Principe ed il Clero. “Ho voluto incontrare il Vescovo di Pinerolo Mons. De Bernardi ben conoscendo la sua importante opera a difesa dei Valori tradizionali italiani che vedono nelle Radici Cristiane della nostra cultura il suo punto di forza. Sento di dover sottolineare la necessit√† che vengano ben evidenziate le Radici Cristiane dell’Europa, √® necessario costruire un futuro di pace per i popoli europei partendo proprio da questo presupposto che troppo spesso la politica, per convenienza, ha voluto dimenticare. Nelle prossime settimane incontrer√≤ altri rappresentanti del Clero per definire il mio impegno in tal senso se sar√≤ eletto al Parlamento Europeo.”
Carlo Marx ebbe parole di fuoco, nelle sue opere, verso quelli che definiva «gli slavi di Germania», per indicare i cechi, gli slovacchi, i polacchi, che, come gli sloveni ed i croati, rientravano nell’area geopolitica mitteleuropea. Questo rilevava, nel suo animo, un chiaro pregiudizio nazionale tedesco, giustificato, nella sua concezione, dal fatto che fissandosi sulle loro rivendicazioni nazionali, costoro avrebbero perso di vista la rivoluzione sociale. Naturalmente, a sua volta, era lui a perdere di vista la carica di liberazione che portava con sé quella rivendicazione nel secolo XIX, anche sotto il profilo sociale. Questa è tutta la radicale differenza che separa la nostra concezione liberale dalla sua e da quella del suo seguito, che il generale Giuseppe Garibaldi definiva gli «archimandriti del socialismo». Oggi, però, che le Nazioni d’Europa sono libere da dominazioni straniere, ma impotenti di fronte alle superpotenze globali, esse debbono difendere questa libertà, e possono farlo solo condividendo una Sovranità comune. È per questo che possono venire in mente le espressioni stizzite di Carlo Marx, quando in pratica tutta Europa vede con ansia i propri destini legati agli umori della popolazione ceca e del suo personale politico, dopo che la camera dei deputati di quel parlamento nazionale ha ratificato il Trattato di Lisbona ma manca ancora un voto del senato, che è slittato a maggio, ed il Capo dello Stato non fa mistero della propria contrarietà a promulgare la legge d’autorizzazione alla ratifica e d’attuazione del Trattato stesso. Certo, Praga ricorda ancora l’arrivo dei carri armati sovietici, giustificato dalla dottrina brezneviana della sovranità limitata. Tuttavia, proprio per questo, non solo la nostra diplomazia dovrebbe far pressione su quel governo, ma anche i partiti che s’impegnano per le elezioni europee dovrebbero far opera di chiarificazione presso i partiti cechi delle rispettive famiglie politiche per far capire la profonda differenza che intercorre fra l’imperialismo d’una potenza straniera e la messa in comune delle nostre libertà, per difenderle collettivamente. Questo è urgente non solo in quanto la felice conclusione dell’iter di ratifica ceco faciliterebbe il ripensamento degli irlandesi meridionali sul loro referendum contrario, che sta maturando, ma per rispondere a pericolose involuzioni nelle opinioni pubbliche d’altri Stati membri dell’Unione europea.
Irlanda meridionale e Repubblica Ceca, infatti, sono i due ultimi Stati membri a non avere ancora ratificato il Trattato di Lisbona, cosa già fatta da tutti gli altri. Però anche in uno di questi Stati membri che, per fortuna, ha già ratificato, l’Olanda, i sondaggi rimarcherebbero una marcia trionfale del cosiddetto «Partito della Libertà» di Geert Wilders. Il partito di Wilders fa del timore d’una islamizzazione dell’Europa il suo cavallo di battaglia, e vi oppone una chiusura nazionalistica in nome dei «valori olandesi». Quando, poi, traduce ciò in proposte politiche per le elezioni europee, questi sono i punti di Geert Wilders: opposizione all’adesione della Turchia all’Unione europea, cacciata da essa degli Stati membri dell’Europa centrale ed orientale di recente adesione, abolizione del Parlamento europeo, sostituzione della Commissione con un Commissario al mercato interno ed alla politica monetaria. Stiamo tranquilli, per quanti deputati riesca a mandare al Parlamento europeo questo partito, e se anche mai esso avesse il governo dell’Olanda, non riuscirebbe ad imporre all’Unione europea l’autoeliminazione. Ma questo farneticante disegno è pur indice d’un malessere. Anche noi siamo del parere d’essere cauti coll’ingresso della Turchia, non però per pregiudizi religiosi o razziali, ma in quanto stimiamo che l’Unione debba prima far entrare in vigore il Trattato di Lisbona, o comunque varare una politica estera e militare integrata, perché senza d’esse non può portarsi, con le sue frontiere, ai confini del Medio Oriente e del Caucaso e sopportare il relativo, inevitabile confronto geopolitico. Quanto alle istituzioni comunitarie, esse sono una sorta di sistema bicamerale supernazionale, con un organo di governo e d’iniziativa legislativa, la Commissione, una camera ad elezione popolare per controllare governo e produzione legislativa, il Parlamento europeo, ed una sorta di Senato federale degli Stati membri, il Consiglio di ministri. A latere la Banca Centrale Europea, organo autonomo per la politica monetaria e gli organi giurisdizionali, Corte di Giustizia, Tribunale di prima istanza e Tribunale della funzione pubblica. A cappello politico, quella sorta di dieta confederale per la politica generale, estera e di sicurezza comune che è il Consiglio europeo dei Capi di Stato e di Governo. Quel disegno, abolendo il Parlamento europeo, eliminerebbe qualunque organo di controllo democratico, col Commissario unico al mercato interno ed alla politica monetaria istituirebbe una sorta d’autocrate imperante sull’economia e la società dell’Unione, senza controllo, se non a livello intergovernativo. Si conosce benissimo con quanta distrazione i parlamenti nazionali s’occupino della politica comunitaria dei rispettivi governi. Insomma, lungi dall’avvicinare le scelte ai cittadini, le si celerebbero ancor di più ai governati. Vi è poco da fare, la democrazia esige, in Europa, una messa in comune ed una ricomposizione supernazionale della Sovranità. Gli sciovinismi, serpeggianti nelle società nazionali, celano sempre una matrice populista ed una vocazione autoritaria.
Emanuele Filiberto
In questa settimana, posta a cavallo della ricorrenza della Pasqua secondo i calendarî, rispettivamente, della Chiesa Cattolica latina e di quella Cristiana Ortodossa, facciamo memoria, mentalmente, d’entrambe, in ricordo di nostra bisnonna la Regina Elena, nata di Montenegro. Non possiamo non pensare alla gente d’Abruzzo, che deve fare, in tale momento, affidamento su tutte le doti del suo carattere, proverbialmente «forte e gentile». Come ogni Italiano e buon padre di famiglia cerchiamo d’essere presenti secondo le nostre risorse. Sono accorso due volte, dopo il terremoto, in Abruzzo. Assieme alla Principessa Clotilde abbiamo portato tre container, in collaborazione con l’Esercito Italiano e la Protezione Civile, a nome degli ordini dinastici di Casa Savoia. Cinquantamila pasti, completi di stoviglie da campo; pasta, pomodoro, sale, latte, zucchero, scatolame; un container di acqua minerale. Abbiamo attivato un conto corrente per gli «amici di casa Savoia pro vittime terremoto d’Abruzzo» (se qualcuno fosse interessato ecco le coordinate bancarie: IBAN IT 49 P 02008 12100 000040416863). Sappiamo benissimo che sono gocce nel mare, ma con le nostre forze della Casa questo è il massimo, per ora, che siamo riusciti a fare. Vogliamo rispondere, usando la sempre generosa ospitalità delle colonne di questa libera «Opinione», alle tantissime sollecitazioni ad essere lì in permanenza, con la nostra persona fisica. Evidentemente tutte queste pressioni vengono per riflesso, combinato, delle regole di successione della Casa di Savoia e della XIII disposizione transitoria alla vigente Costituzione dello Stato, che identificano nella nostra persona l’ultimo discendente maschio del Re d’Italia. Di qui pressanti inviti, non rivolti ad altri miei cugini od a qualunque Principe italiano d’altra Casa.
Le ragioni d’una partecipazione dolente ma d’un non continua presenza fisica sono riassunte nel molto opportuno monito rivolto dal Capo del Governo agli altri esponenti dello stesso o, più in genere, del personale politico, a non recarsi sul posto se non nell’esercizio di specifiche funzioni, per non intralciare le opere di soccorso. La presenza in luogo, giorno e notte, del Capo del Governo è dimostrazione della grande conoscenza, da parte sua, della psicologia degli italiani e soprattutto del personale pubblico, che mette da parte pigrizie e timori di responsabilità se, a prendere su di sé scelte urgenti e difficili è persona più elevata in grado, che decide senza indugi. Bisogna riconoscere che i soccorsi non sarebbero stati così rapidi, gli intoppi così presto rimossi, le perdite di tempo limitate, le decisioni così immediate senza la sua presenza. Ciò vale per altri membri del governo, nazionale e locale, che con l’esempio sono stati coinvolti in una spirale virtuosa, che ha trascinato anche esponenti dell’opposizione. Per gli stessi motivi, peraltro, chi non ha ruoli istituzionali, od avendoli non ha esigenze funzionali, non deve intralciare. L’esempio, in questo, viene dal Pontefice romano, che indubbiamente ha dato grande prova di senso di responsabilità rinunziando ad inserirsi celebrante d’una via crucis reale che avrebbe avuto sicuro effetto mediatico, urbi et orbi, ma avrebbe altresì distratto attenzione ed energie alle opere di soccorso. Il nostro proposito è fare sempre quel che si deve e quanto riesce, nel posto assegnatoci dal fato. Tra le varie figure che storia tramanda quella che scelse, per sé, definizione più acconcia fu Ottaviano, che si descrisse solo come chi si comporta secondo i destini rilevati dagli Auguri, che null’altro vuol dire «augustus».
Emanuele Filiberto
Il vertice in occasione dei sessant’anni dell’Alleanza Atlantica è stato il debutto del 44° Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, in Europa, e v’è un elemento centrale, nelle sue posizioni, che è stato poco sottolineato: la nuova amministrazione nordamericana auspica un’integrazione militare dell’Unione europea, anche se, dovendo rispettare la sovranità degli europei, si limita a dire che il continente più esposto all’attacco del terrorismo internazionale dovrebbe «fare la sua parte» nella propria difesa. È, infatti, evidente che, nel momento del reingresso della Francia nel sistema integrato dell’alleanza, dell’adesione alla stessa di nuovi Stati aderenti europei, come la Croazia e l’Albania, della sempre maggiore partecipazione d’alleati in teatri quali quello afgano, quel che manca all’Europa per fare realmente la sua parte è d’esistere, in quanto tale, sulla scena mondiale, cioè dotare l’Unione europea d’una vera dimensione politica, dando alla stessa unità d’azione militare. Non è una posizione nuova per gli Stati Uniti d’America, se si pensa al sostegno dell’amministrazione d’oltre Atlantico dell’epoca alla istituzione, poi tramontata, d’una Comunità europea di difesa, ed all’idea kennediana di un’Alleanza atlantica fondata su due pilastri: la federazione nordamericana ed un’Europa unita con una propria realtà militare integrata. Quelle prospettive naufragarono di fronte allo sciovinismo locale dei singoli Stati membri dell’Europa comunitaria d’allora, che resistettero all’idea di condividere tra loro la sovranità militare, e l’allentarsi, in un primo tempo, della guerra fredda rispetto al rigore stalinista, che portò a considerare la cosa meno urgente, e poi il collasso del sistema sovietico, che illuse le prime amministrazioni nordamericane del ventunesimo secolo di poter essere l’unica superpotenza a dare ordine al mondo, l’avverarsi di quell’«Impero di libertà» previsto da Thomas Jefferson.
Le difficoltà di gestione della situazione in medio oriente, l’arduo rapporto con la Cina, regime comunista di mercato che non riconosce, nella sua prassi, nessuno dei diritti umani su cui l’occidente liberale ha costituito la sua libertà, ma che possiede riserve in dollari, partecipazioni al debito pubblico statunitense, ed a società nordamericane tali da tenere in ostaggio fette rilevanti di quell’economia, anche crisi a parte, ed altri elementi stanno convincendo, forse, la nuova amministrazione che avrebbe necessità ed urgenza d’un alleato di pari statura, che condividesse principî etico politici comuni, e questo potrebbe essere solo una Unione europea che accettasse d’esistere, unita, su piano militare e politico. È un’occasione che l’Europa non può perdere, e sulla quale si misurerà la consistenza, in termini di presenza di statisti, del suo personale politico. Infondo è a questo nodo che si lega anche la differenza di vedute fra il Presidente nordamericano, che vede nell’adesione della Turchia all’Unione europea un’indispensabile consolidamento dell’ancoraggio all’occidente del principale Stato con una maggioranza della popolazione mussulmana, ed il Presidente dei Francesi, Nicolas Sarkozy, il quale, rilevato ovviamente come ogni decisione spetti agli europei, non fa mistero della propria contrarietà. Infatti l’allargamento ad uno Stato che porterebbe il territorio dell’Unione europea nel cuore del medio oriente, a ridosso dell’Iran e del Caucaso, non è neppure pensabile senza che, prima, l’Unione europea abbia definito una propria dimensione militare e politica, vincolante per gli Stati membri, e che la Turchia sia tenuta, al momento dell’adesione, ad accettare ed a condividere. Solo così l’Unione europea avrebbe la possibilità di gestire l’ingresso in essa d’una realtà tanto rilevante e complessa. Invece l’ingresso dello Stato anatomico costantinopolitano in una Unione senza integrazione militare e politica, esporrebbe l’Unione europea stessa alla sua riduzione ad un del tutto superfluo doppione del Consiglio d’Europa.
Emanuele Filiberto
Murray N. Rothbard, uno degli autori di quella corrente di liberalismo estremo, oltre i limiti dell’anarchismo, che in Nordamerica si definiscono «libertarians», ha, tra l’altro, sentenziato: «Il cristianesimo e l’ebraismo […] insegnano che Dio ha creato l’uomo a propria immagine e somiglianza, e gli ha dato il dominio su tutta la Terra, che è stata creata per l’uso dell’uomo e non come entità con un autonomo valore morale. L’ordine naturale esiste per l’uomo e non viceversa; nessuna diversa concezione è compatibile con un libero mercato fondato sulla proprietà privata e perciò col libertarismo». Sinceramente credo che, nella storia umana, non sia stato inventato un metodo di allocazione delle risorse, in genere, più efficiente nella produzione di ricchezza del mercato fondato sulla proprietà privata, ma penso altresì che una sana laicità della politica sia opportuna per evitare a qualcuno di mettere in bocca al Padreterno troppe panzane. Non sono uno studioso della Bibbia, ma ritengo che inferire dall’uomo immagine e somiglianza di Dio la negazione d’un valore morale autonomo all’ambiente naturale sia il porre in contrasto ebraismo e cristianesimo col comune buon senso. Se un disastro ecologico, provocato dalle scelte individuali e collettive di questi uomini proprietari, spazzasse via il genere umano dalla faccia della Terra, la stessa continuerebbe imperterrita a ruotare su sé ed intorno al Sole, ogni 2160 anni circa (mese platonico) il Sole si troverebbe nella costellazione precedente al momento dell’Equinozio di primavera, e le forme di vita che fossero sopravissute su questa terra continuerebbero la loro esistenza ed evoluzione. Se un Dio ha creato l’uomo lo ha fatto attraverso la natura ed è la natura stessa a fornire il suo ambiente di vita, ma se l’uomo sparisse l’universo tirerebbe avanti per la sua strada. Queste considerazioni vengono spontanee nel leggere il “Libro bianco” sull’adattamento ai cambiamenti climatici che la Commissione europea ha pubblicato alla vigilia di numerosi confronti internazionali sul clima, non ultimo il vertice di Copenaghen a dicembre.
Si può già morire, come ci hanno segnalato le cronache della scorsa estate, per gli effetti di un clima sempre più mutevole, con un termometro che nel Sud dell’Europa oscillerà sempre più, nel prossimo futuro, con maggiore frequenza, tra picchi di calore. Ciò mette già a repentaglio la qualità e la disponibilità di una risorsa, come l’acqua, indispensabile alla vita dell’uomo, degli animali e delle piante. A soffrirne di più sono, al solito, persone anziane, portatori di handicap, famiglie a basso reddito. Come indica la Commissione, urge una vera e propria strategia comune, che metta fine alla frammentarietà degli interventi. Un’azione urgente in quanto “ci vorrà del tempo prima che il pianeta si rimetta delle conseguenze del gas ad effetto serra già presenti nell’atmosfera”. Le aree europee che subiscono una forte pressione sulle riserve d’acqua passeranno dal 19% attuale al 35% nel 2070. L’agricoltura inizia già a risentirne, in termini di cattivi raccolti, deterioramento dei suoli, delocalizzazione di certe produzioni agricole, con un impatto sull’allevamento e sui redditi degli agricoltori. Si temono conseguenze sulle forniture alimentari, anche nel settore della pesca e acquacoltura. Per quanto riguarda il bilancio energetico, precipitazioni e scioglimento dei ghiacciai dovrebbe portare ad un incremento del 5% della produzione idroelettrica nel Nord Europa, ma una riduzione di almeno il 25% nel Sud dell’ Unione Europea. In queste condizioni è semplicemente folle, come ha fatto anche qualche ministro nostrano, contrastare la Commissione quando suggerisce d’istituire un centro di scambio d’informazioni sugli effetti dei cambiamenti climatici; d’integrare l’obiettivo clima in tutte le politiche europee, e rafforzare le capacità d’adeguamento dei sistemi sanitari e sociali con meccanismi di sorveglianza sulla salute e le malattie trasmissibili. Quanto al valore morale dell’equilibrio ambientale per l’etica cristiana, un monito per tutti viene dall’autorità del Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, che così s’è espresso di recente: “La crisi ambientale che colpisce duramente ogni angolo del nostro pianeta è uno dei più importanti problemi dell’umanità, insieme a quelli della povertà e della mancanza della pace. Come può constatare anche il più scettico, il cambiamento climatico è inconfutabile dimostrazione che la crisi dell’ambiente è il maggiore dei problemi globali e universali dell’uomo, perché interessa ogni angolo della terra e, naturalmente, tutti noi: poveri, ricchi, giovani o vecchi. Le azioni collettive per bloccare il cambiamento climatico, del quale gli effetti saranno, secondo le stime degli scienziati, devastanti per l’ecosistema, le risorse naturali e le comunità umane, sono suprema testimonianza di solidarietà e unita di fronte ad una catastrofe. Abbiamo tutti il dovere di ricordate che siamo responsabili per aver provocato la crisi ecologica, sia collettivamente, come umanità, sia personalmente ogni uno di noi. È arrivato dunque il tempo di uscire dal percorso dell’autodistruzione. È arrivato il tempo della Terra!”. Penso, sinceramente, che Sua Santità conosca il cristianesimo meglio di Murray N. Rothbard.
Emanuele Filiberto
Se si segue con attenzione il dibattito politico nazionale di questo periodo, tra le forze politiche ed all’interno d’esse, in una stagione anche congressuale che ridisegna il quadro dei rapporti di forza, si resta sorpresi, almeno noi restiamo molto sorpresi, da un singolarissimo dato di fatto: siamo nel bel mezzo d’una crisi economica che è mondiale, il Fondo Monetario Internazionale rileva un calo del prodotto interno lordo mondiale per la prima volta da sessant’anni, -0,5% o 1,5%, e nell’Unione europea -3,2%; i migliori analisti sottolineano come l’Europa avrebbe bisogno di ancor più integrazione per uscirne, più Istituzioni europee e meno localismo degli Stati membri; tutte le volte che si manifesta una crisi internazionale, sia il Caucaso od il Medio Oriente, è evidente l’assenza dell’Europa per carenze istituzionali in termini di integrazione di politiche estere e militari: eppure il dibattito politico italiano è tutto domestico. Peraltro nessun’altra nazione più di questa s’è costituita con un disegno europeo. Sua maestà Vittorio Emanuele II, il conte Camillo Benso di Cavour, il generale Giuseppe Garibaldi, condottiero dalle ampie visioni politiche, lo stesso Giuseppe Mazzini, giocarono le loro carte sul tavolo dell’Europa: il Risorgimento fu tutto meno che una tombola in famiglia. Sullo stesso tavolo europeo ne giocarono la conclusione sua maestà Vittorio Emanuele III, Sidney Sonnino, Antonio Salandra e Vittorio Emanuele Orlando, anche Gabriele d’Annunzio fra il 1914, il 1915, Vittorio Veneto, Versailles e Fiume. La Seconda Guerra Mondiale è stata essenzialmente una tragedia europea. Se v’è un punto di grandezza nel personale politico che costruì la fase democratica del secondo dopoguerra è stato, ben oltre un generico europeismo, una visione decisamente federalista dell’avvenire d’Europa: in Luigi Einaudi, Gaetano Martino, Alcide De Gasperi, Altiero Spinelli ed altri. Eppure questa visione s’è come appannata nel dibattito politico odierno, malgrado la vicinanza ad una scadenza elettorale supernazionale, come l’elezione del Parlamento europeo. Insomma, partiti domestici che risolvono il problema con la scelta del gruppo parlamentare nel quale sedersi in quell’assemblea, qualche accenno vago ed impreciso nel programma, ma nella totale assenza dell’argomento dal dibattito.
Emanuele Filiberto
Lo storiografo scozzese Niall Ferguson ricorda, nello stile dei suoi scritti, la lucidità degli illuministi della sua terra. Così come, coi saggi «Empire: How Britain Made the Modern World», del 2003, e «Colossus: The Rise And Fall of the American Empire» del 2004 ha tracciato, in modo impareggiabile, le similitudini e differenze fra la realtà dell’impero britannico d’un tempo ed il modello contemporaneo dell’interventismo internazionale nordamericano, quando s’è volto alla storia economica, con “The Crash Nexus: Money and Power in the Modern World”, del 2001, e “The Ascent of Money: A Financial History of the World”, del 2008, ha contestato che siano i soldi il vero motore del mondo, ed aveva messo in guardia il governo statunitense sull’eccessiva espansione del credito. “Il Foglio” del 7 marzo scorso ha pubblicato la traduzione italiana d’una pregnante intervista al Ferguson di Oliver Guez, nella quale, in buona sostanza, lo scozzese ricorda come John Maynard Keynes rimproverasse i politici d’esser schiavi degli economisti defunti, e questo valga anche per il personale politico attuale, che è schiavo anche dell’ormai purtroppo defunto John Maynard Keynes. Per Niall Ferguson, infatti, la crisi attuale, causata dagli eccessivi debiti delle famiglie dovuti ad una frenesia di consumo e, in Nord America, delle banche, è ben diversa dalle crisi del passato, determinate da eccessi o restrizioni di debito pubblico. Quindi di fronte ad essa sarebbe inefficace una ricetta anticiclica di tipo keynesiano, che manovra proprio il debito pubblico. Per gli Stati Uniti Ferguson consiglia di convertire i prestiti che hanno a garanzia immobili in nuovi prestiti, a tassi più bassi e scadenze più lontane, per salvare le famiglie da pignoramenti ed esecuzioni immobiliari; e per quanto attiene al sistema bancario, consiglia il governo di prendere il controllo degli istituti di credito in cambio d’una sostanziale ricapitalizzazione, ma solo dopo l’anticipo delle perdite, ottenuta l’accettazione dai proprietari dei bond d’un taglio di valore dei titoli, e la messa di fronte alle loro responsabilità degli azionisti delle banche.
Misure che, osserviamo noi, richiederebbero un ente di gestione, fatto da pochissimi dipendenti, scelti tra i migliori professionisti e ben remunerati, secondo la logica di Beneduce, e per il resto potrebbero anche essere prese in considerazione da Tremonti. Ma sull’Europa la sensibilità storiografica fa dire, nell’intervista, a Niall Ferguson: “Gli europei non dispongono di istituzioni adeguate per risolvere una crisi di queste dimensioni. Gli Stati Uniti hanno soltanto un dipartimento del Tesoro e la Banca federale. In Europa ogni Stato ha conservato il proprio ministero delle Finanze, la Banca centrale europea è responsabile della politica monetaria solo per una parte degli Stati membri, non esiste una politica fiscale coordinata su scala continentale: ogni Stato persegue le sue priorità e le sue strategie”. Insomma, occorrerebbe una riforma dell’Unione Europea che ne facesse una vera federazione supernazionale. Come sapete siamo d’accordo, l’abbiamo scritto da queste colonne ed altrove, ma abbiamo indicato anche un percorso, una “mappa” realistica: chiudere il processo di ratifica del trattato di Lisbona con la ratifica ceca ed un ripensamento sud irlandese, o avere il coraggio per andare avanti da sé, con tutti gli altri Stati membri che hanno già ratificato; dotare, per la crisi, la Commissione esecutiva d’un ente di gestione “alla Beneduce”; far coincidere l’Unione integrata con la zona dell’euro, perseguendo l’adesione ad essa degli Stati membri che con ne fanno parte; trasferire sempre più il “metodo comunitario” dall’integrazione economico sociale all’integrazione politica, cioè nella politica militare e nella politica estera. Il senso di quest’ultima proposta, mentre la Francia rientra nel sistema di comando integrato dell’Alleanza atlantica, non dovrebbe sfuggire alla mentalità d’uno storiografo dell’acutezza di Niall Ferguson.
Emanuele Filiberto
Il Consiglio europeo informale, si è svolto attorno ad una tavola imbandita, dello scorso fine settimana, ed i commenti successivi, sembrano entrambi alquanto singolari. I capi di Stato e di governo non sono stati in grado d’approntare nessun intervento globale a sostegno dei nuovi Stati membri dell’Europa centrale ed orientale, occorrerà vagliare le situazioni ed intervenire caso per caso, s’è detto, però l’esito è stato un successo. Sembra l’inverso della constatazione della classica morte ad operazione riuscita: in questo caso l’operazione è fallita ma il malato, cioè l’Europa, pur nella crisi economica planetaria, pare stare bene, se non benissimo. Ciò è possibile, se si analizzano i risultati, perché alla pochezza dei cosiddetti «leaders» attuali, i quali tutto potrebbero essere definiti meno «guide», ha fatto riscontro l’eco della grandezza dei costruttori dell’integrazione comunitaria, i Jean Monnet, i Konrad Adenauer, i Gaetano Martino. L’Unione Europea, infatti, va avanti nonostante le indecisioni e le omissioni odierne, in quanto gli Stati membri si rendono conto, ogni giorno di più, che l’unica ancora di salvezza, per le loro economie, è costituita da quel marcato interno, quella libera circolazione di beni, persone, servizî e capitali, quelle politiche comuni, cioè quelle competenze trasferite alle istituzioni comunitarie, che i padri fondatori, ispirati al modello dell’economia sociale di mercato, hanno voluto. Anche i nuovi Stati membri dell’Europa centrale ed orientale, per lungo tempo diffidenti dei trasferimenti ad una sovranità comune e condivisa che il metodo comunitario comporta, per il ricordo di quella sovranità limitata comunista che è stata tutt’altra storia, stanno adesso, gradatamente, apprezzando la differenza, e si stanno rendendo conto di cosa, quando la crisi morde, quell’ancoraggio comune rappresenti. Questa è la grande vittoria del metodo comunitario nell’Unione Europea, oggi. La nostra proposta e scommessa, per il futuro, è applicare questo metodo anche alla politica, alla difesa, alla presenza dell’Europa nel mondo. Ma occorrerebbero uomini all’altezza dei Jean Monnet, dei Konrad Adenauer, dei Gaetano Martino. Anche i capi di Stato e di governo attuali vanno bene, basta che ritrovino, nella crisi, il gusto di osare.
Emanuele Filiberto

