Su “L’Espresso” della settimana scorsa, Giorgio Bocca, nella sua rubrica dal significativo nome de’ “l’antitaliano”, commenta la decisione, presa nell’ultimo vertice delle otto super e medie potenze della Terra fra i Capi dello Stato degli Stati Uniti dell’America settentrionale e della Federazione Russa, di demolire milleseicento missili intercontinentali a testata, “come dire una quantità sufficiente a distruggere la vita sul pianeta Terra più volte”. Ciò perché anche quegli arnesi fanno la ruggine, ed andrebbero sostituiti “con una spesa che nemmeno le grandi potenze possono scatenare”. Nonostante ciò, beninteso, le stesse superpotenze manterranno, “a costi astronomici, altre migliaia di missili pronti al lancio”. “L’antitaliano”, quindi, si dilunga in una serie di considerazioni che anche il nostro Orgoglio d’Italiano è costretto a condividere, perché si tratta di una serie di banali ed ovvî luoghi comuni, infilati in una collana più lunga dei fili delle leggendarie perle della Regina Margherita. Tra l’altro, però, Giorgio Bocca si lascia andare, in questa giaculatoria pacifista, anche alla seguente affermazione: “Si è capito che il fallimento economico è l’unico freno alla follia degli scienziati e dei generali”. Gli “scienziati” sono solo intelligenti curiosi del mondo fisico, che dal ripetersi regolare dei fenomeni ne ricavano leggi suscettibili di diverse applicazioni tecniche, e prescinde da loro se, poi, gli uomini le utilizzano per farsi del male, come mostra la lunga storia che và dalla lavorazione dell’osso e della pietra alla scissione dell’atomo ed oltre. Gli ufficiali, sottufficiali e soldati delle forze armate, e tra essi i “generali”, sono dei tecnici che hanno la missione di difendere il territorio, le popolazioni e le istituzioni del loro Stato, e gli interessi di questi nel mondo, ed in tale compito hanno il dovere di segnalare se Stati od alleanze potenzialmente nemiche siano meglio armate, e di cosa le loro forze avrebbero bisogno per porre in essere una sufficiente risposta, anche in meri termini di dissuasione, ai disegni ostili. Le scelte non sono né degli scienziati né dei “generali”, ma del personale politico e, sovente, dei popoli a cui esso risponde. Purtroppo, anche se il contrattualismo del XVIII secolo risponde ad una sorta di pre-sociologia piuttosto ingenua, ha ragione Immanuel Kant: l’unico strumento per metter pace tra la gente è lo Stato, e tra gli Stati le federazioni, ma le esperienze della Società delle Nazioni e delle Nazioni Unite ci dicono che c’è troppa eterogeneità culturale tra i popoli della terra per pensare ad utopie kantiane di “federazioni universali”. Il pacifismo proprio non basta. L’unica risposta politica è l’evitare vuoti di potere e, siccome siamo in Europa, ingaggiarsi seriamente per impedire che l’Unione europea resti un entità politica e strategica simile ad un ectoplasma, evocato in quella sorta di sedute spiritiche che riescono, a mala pena, ad essere le “catene” dei Capi di Stato e di governo attorno al tavolo tondo del Consiglio europeo. In poche parole, battersi per fare entrare in vigore il Trattato di Lisbona ed andare oltre, dando una consistenza ed una indipendenza politico militare all’Unione europea. Ma i varî Giorgio Bocca, espressi e cappuccini continueranno a pensare che siano più realistiche le invettive contro scienziati e generali. Ci si mette la coscienza apposto, non si urtano i potenti in quanto ce se la prende solo con i serî professionisti al servizio di tutti noi, e non si propone qualcosa di serio, né ci si batte per qualcosa di utile. A questo è ridotta, e non solo in questa Nazione, certa sinistra.

Emanuele Filiberto

Gli Italiani dovrebbero riflettere sull’ultimo libro di Don Gianni Baget Bozzo (Giuseppe Dossetti – La Costituzione come ideologia politica, Ares Milano 2009), di cui “il Domenicale” di Sabato 25 Luglio scorso ha anticipato stralci significativi. Certo il testo, ultimo scritto d’un sacerdote cattolico romano con profonde conoscenze teologiche, centrato sulla figura d’una sorta di monaco guerriero della “repubblica conciliare” cattocomunista, ricorda una prosa un poco alla Vincenzo Gioberti, intrisa di riferimenti teologici forse ostici ai più, certamente a noi. Tuttavia il discorso resta chiaro ed illuminante: Giuseppe Dossetti, nella sua partigianeria, avrebbe legittimato, addirittura con una teologia politica, prima il cosiddetto “arco costituzionale”, cioè la “serrata” della completa partecipazione allo Stato ai soli partiti i quali avrebbero combattuto nella resistenza al nazifascismo ed ispirato la Costituzione del 1947-’48, escludendone non solo i neofascisti ma anche i monarchici od i liberaldemocratici del movimento dell’ “Uomo Qualunque” di Guglielmo Giannini; poi, dal 1994, il tentativo d’estensione della “conventio ad exludendum” alle forze maggioritarie del Centro Destra, che vennero colpite dalle sinistre da anatema d’incostituzionalità anche se sostenute dalla maggioranza democratica dei cittadini. Scrive Giovanni Baget Bozzo: “Dossetti fece proprio questo: riuscì a dare vita ad una maggioranza politica fondata sul principio che forze anticostituzionali erano in parlamento e che la Costituzione doveva difendere la democrazia dando vita ad un partito fondato su di essa. L’Ulivo fu appunto questo. […] Per sua natura, un conflitto che aveva per oggetto una Costituzione era un conflitto radicale: una nuova forma di guerra civile prendeva il posto delle altre che l’avevano preceduta […] Ci voleva un mito fondatore e Dossetti gli diede spazio e parole. […] Il mito dossettiano era l’omaggio all’Italia ed al suo popolo, che aveva nell’antifascismo ritrovato sé stesso”. Questa fu l’ideologia dell’Ulivo, poi della “Unione”, che infine si reincarnerà nel “Partito Democratico”. Se non ché, Don Baget Bozzo acutamente rileva: “Tuttavia questa operazione, che riportava indietro la Storia a un supposto evento fondatore, non corrispondeva a verità. La Resistenza e la Costituzione non avevano rappresentato il fondamento dell’unità nazionale ritrovata dopo la fine della monarchia risorgimentale, con gli eventi che vanno dal ’43 al ’46. […] Ciò che unì la nazione, allora, fu la passione comune, una guerra inutile combattuta con coraggio e onore dalla Tunisia al Caucaso. Sofferta nei bombardamenti delle città, infine una guerra guerreggiata sul territorio. In qualunque modo fosse motivata e sofferta, la passione comune e diversa non aveva messo in discussione il fatto che il suo oggetto fosse l’Italia come popolo e come nazione. L’unità d’Italia e la nazione Italia sopravvissero alla tragedia, che del resto ugualmente imperversò in tutte le nazioni coinvolte in Europa dalla guerra. Fu questo senso comune ciò che unì gli italiani, non la Resistenza o l’antifascismo o la Costituzione, che furono parte del dramma, ma non ne identificarono l’oggetto”. Leggendo queste espressioni, di profondo Patriottismo, di Don Gianni Baget Bozzo svanisce ogni idea, legata a quegli eventi, della cosiddetta “morte della Patria”, e si svela un sentimento nazionale che, in certi periodi, sarà anche un fiume carsico, sotterraneo, ma che scava in profondità nello spirito pubblico degli Italiani. Si capisce anche perché la partigianeria astiosa contro quasi la metà dei cittadini, che ha sempre votato il Centro e la Destra, è solo servita a farla diventare maggioranza e poi consolidarla in quella scelta; e chi ne contestava e contesta la legittimità, in nome d’una visione di parte della Costituzione, non solo s’è trovato minoritario nella Nazione, ma in definitiva ha rafforzato coloro che, con toni diversi ed orientamenti spesso disparati, chiedono la revisione del testo dello Statuto fondamentale in parti non marginali. Si può parlare di Partito della Nazione, come fa l’Unione di Centro, o di “un partito conservatore e modernizzatore all’unisono”, che deve “saper declinare i valori della tradizione all’interno di una società moderna e secolarizzata”, come fa Sacconi nel Popolo delle Libertà, ma è certo che questo richiedono gli Italiani ed, in fondo, gli Europei, in questa generazione sociale e liberale.

Emanuele Filiberto

immagine-8UNITA’ D’ITALIA: EMANUELE FILIBERTO, CIAMPI E’ GARANZIA PER CELEBRAZIONI GOVERNO INTERVENGA Roma, 23 lug. - (Adnkronos) - “Ciampi e’ una garanzia per il nostro Paese e sarebbe triste se il presidente abbandonasse il comitato per le celebrazioni del centocinquantesimo‚ÄÇanniversario dell’Unita’ d’Italia”. Cosi’ Emanuele Filiberto di Savoia commenta all’ADNKRONOS le parole del presidente emerito della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, che ha annunciato le sue dimissioni per settembre se il Governo non si impegnera’ per l’organizzazione delle celebrazioni. “Nessuno meglio di lui ha promosso la storia, le tradizioni e i valori italiani. Il governo - aggiunge Emanuele Filiberto - deve intervenire con azioni concrete per una ricorrenza cosi’ importante. Celebrazioni che posso essere anche un’opportunita’ per il rilancio del turismo, come avviene per esempio in Inghilterra”. “Spero - conclude Emanuele Filiberto - in ogni caso che il presidente Ciampi ci ripensi e che non ci lasci, perche’ contiamo su di lui e su quello che puo’ mettere in opera” (Asc/Gs/Adnkronos) 23-LUG-09 14:18

Non possiamo, nel ricordo del Caporalmaggiore Alessandro di Lisio, caduto da ragazzo normale, nel compimento d’un dovere senza retorica, non essere vicini ai ragazzi ed alle ragazze della «Folgore», e delle altre unità impegnate nei teatri operativi, in Afghanistan od in altre terre lontane dalla Patria, per difenderne l’onore prima che gli interessi. Siamo anche col Ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che si batte per la tutela della dignità e sicurezza dei nostri soldati, col cuore carico di sentimenti e la mente attenta sul da farsi; col governo ed il Capo dello Stato, attenti ai doveri internazionali della Nazione, ma anche con Dario Franceschini, che dall’opposizione afferma: “Siamo vicini alla famiglia ed ai soldati feriti; il governo verrà a riferire in Parlamento su cosa è accaduto, ma ora è importante che tutti esprimiamo solidarietà e vicinanza”. Quando i rappresentanti della Nazione operano e si esprimono così, rendono tangibile agli Italiani l’esistenza d’una Patria. Siamo, viceversa, distantissimi dal sig. Oliviero Di Liberto, che non manca l’occasione per blaterare che “il dolore non ci deve far dimenticare che la Costituzione dice che l’Italia ripudia la guerra”. Naturalmente non siamo guerrafondai, ma se vogliamo costruire l’Europa, dobbiamo sapere che essa può essere libera se non si estranea dalla storia, e che un antico e glorioso Stato italiano, Venezia Serenissima, grande sui mari, quando oppose a Napoleone I Buonaparte una dottrinaria “neutralità disarmata”, meritatamente disparve, come meritatamente era durata mille anni quando seppe fronteggiare franchi, ottomani, slavi e tedeschi. Lo spirito pubblico deve essere riabituato al confronto con la realtà internazionale e storica. Forse anche, però, le espressioni d’un Oliviero Di Liberto sono utili, perché ci rammentano un’ipocrisia dalla quale non ci s’è ancora liberati, e che non giova alla dignità ed al morale dei nostri soldati in zona d’operazione: ufficialmente quelle operazioni, ipocritamente, non vengono considerate in “zona di guerra”, e così se i nostri uomini, a sprezzo del pericolo, meritano decorazioni, le ottengono “al valor civile” e non “al valor militare”, come i loro commilitoni d’altre Nazioni. Certo, nessuno trascura l’eroismo del pompiere che, per salvare vite umane, rischia la sua. Il “valor civile” non è da meno, ma è diverso: il soldato deve essere riconosciuto per tale. Per questo nostro bisnonno, Vittorio Emanuele III, istituì un Istituto apposito, il “Nastro Azzurro”, perché i decorati al valor militare potessero fregiarsi d’un emblema araldico, trasmissibile anche alla discendenza che ne coltivasse memoria, aderendo all’Istituto. Perché l’onore militare deve avere i suoi strumenti per la memoria dei posteri e far si che una popolazione si senta Nazione. Non ci si può, infatti, battere per un servizio vero allo sviluppo dell’Umanità senza identità di sé, collettiva non meno che individuale.

Emanuele Filiberto

I risultati pratici del vertice diplomatico tra i Capi di Stato e di governo degli otto maggiori Stati industriali del pianeta sono in grande parte positivi, coll’interessamento di quelle potenze alla ricostruzione dell’Abruzzo, l’abbozzo di nuove regole universali per liberi scambî economici, con l’obbligo di principio di non conservare od istituire “paradisi fiscali” che possano distorcere il mercato internazionale dei capitali. Ciò anche se la riduzione delle emissioni che causano il surriscaldamento della terra dell’ottanta per cento entro l’anno 2050 della nostra era, per limitare il fenomeno entro un tetto di due gradi centigradi, pare deliberazione in gran parte insufficiente. Innanzitutto si consideri come, di fatto, in molte democrazie parlamentari l’attuazione pratica delle misure relative corre il rischio d’ulteriori ritardi per l’indifferenza d’un personale politico “tarato”, per l’urgenza degli interessi elettorali, per questioni di breve periodo, e sensibile alle pressioni dei diversi settori economici. Poi la mancata adesione a questa delibera della Cina comunista e dell’Unione Indiana, cioè delle maggiori potenze dell’Asia, priva la decisione di quella universalità che, in materia d’ambiente terrestre, è indispensabile se si vuole che le misure stesse abbiano pieno effetto. Tuttavia la questione è un’altra. Il recentemente scomparso Lord Dahrendorf riteneva che la democrazia liberale fosse come svuotata dalla globalizzazione, in quanto le decisioni che governano la società planetaria vengono prese a livelli non controllabili da organi effettivamente rappresentativi dei cittadini. Infatti queste decisioni sfuggono a qualunque rapporto tra istituzioni, popolazione e territorio, perché vengono prese a livello non territoriale, e gli organi di rappresentanza politica sono tutti territoriali. Per il sociologo liberale non poteva essere diversamente, in quanto la rappresentatività richiede una delega da parte d’una popolazioni che abbia riferimenti culturali omogenei, cioè parli uno stesso linguaggio; il che non potrebbe avvenire in un miscuglio d’europei, asiatici, africani, americani ed australi d’ogni latitudine e longitudine. Si dirà che i Capi di Stato e di governo degli otto Stati più industrializzati rispondono ai rispettivi popoli; ma pur passando sopra al fatto che le loro decisioni ricadono anche su intere Nazioni non rappresentate da quegli otto, sta che il livello ed il metodo di controllo democratico d’una monarchia parlamentare come la Britannica, d’una repubblica presidenziale come gli Stati Uniti dell’America settentrionale, o d’un regime totalitario quale la Cina comunista sono ben diversi tra loro. Questo mondo globale, tuttavia, va pur governato, come dimostra l’emergenza climatica e più in genere ambientale, e ben vengano queste ed altre conferenze più o meno universali. Tanto, però, ci spinge a considerare nella sua adeguata natura e posizione la sentenza emessa, la scorsa settimana, dalla Corte costituzionale tedesca sulla ratifica, da parte della Germania, del Trattato di Lisbona che modifica i Trattati istitutivi dell’Unione europea. In buona sostanza i giudici costituzionali germanici hanno ritenuto costituzionale la legge di autorizzazione alla ratifica e di piena esecuzione del Trattato di Lisbona purché, viste le nuove competenze che esso attribuisce al Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo, sottratte al controllo del Parlamento europeo, il parlamento federale germanico venga rafforzato nel proprio controllo sulla posizione della Cancelleria espressa in sede d’Unione europea. La sentenza è correttissima, dato che l’ampio potere di controllo del Parlamento europeo in sede d’integrazione economica, non trova riscontro nelle materie, come politica estera e difesa, attribuite alla cooperazione politica, gestita solo da un Consiglio europeo meramente intergovernativo, come i vertici globali “alla G. 8”. Noi sosteniamo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, in quanto se vogliamo costruire una difesa dell’identità europea nel mondo della società globale dobbiamo dotare l’Unione europea di quelle competenze, ma il fine ultimo pel quale ci siamo messi in discussione è quello, poi, di “comunitarizzare” la cooperazione politica, perché il valore aggiunto del processo d’integrazione europea è costituito da un quadro decisionale rappresentativo supernazionale, che è proprio quanto manca, al contrario, al concerto internazionale. Quello che è sfuggito a commenti strumentalmente antieuropei è la natura profondamente federalista della sentenza della Corte costituzionale germanica, che non è un invito a tornare in dietro, ma un monito ad andare avanti nel processo d’integrazione. L’alternativa è la logica che vediamo all’opera nei consessi globali, che è la logica del Congresso di Vienna d’assolutistica memoria.

Emanuele Filiberto

Nell’apprendere i risultati relativi ai candidati eletti al Parlamento Europeo, che vedono posizionarsi Emanuele Filiberto di Savoia al secondo posto con 22500 preferenze, il Principe ha dichiarato: “E’ stata una delle pi√π importanti esperienze della mia vita che mi ha portato ad incontrare migliaia di italiani e di approfondire i problemi territoriali del Piemonte, Lombardia, Valle d’Aosta e Liguria. Ringrazio l’On. Casini, l’On. Cesa e tutta l’UDC per questa opportunit√†. Ho potuto conoscere realt√† sociali e produttive di fondamentale importanza per il Paese e sono profondamente grato ai 22500 elettori che mi hanno dato la loro preferenza. Un segno di fiducia che non voglio tradire e che rappresenta un impegno morale verso di loro e verso il territorio della Circoscrizione in cui sono stato candidato. Desidero ringraziare le associazioni di categoria che mi hanno esposto le loro istanze per l’Europa, in particolare gli artigiani, i piccoli imprenditori, i coltivatori, gli allevatori ed i produttori di latte.

Non vogliamo frapporre molto tempo fra quanto è uscito dalle urne delle elezioni per il Parlamento europeo ed il dovuto rendiconto d’una iniziativa politica, la nostra candidatura ad esso, nella quale abbiamo accettato il rischio di metterci in discussione. Non abbiamo motivi d’insoddisfazione personale e «partitica». Sotto il profilo personale: abbiamo accettato la candidatura pel partito italiano forse più coerente con la storia e la natura del Partito Popolare Europeo, l’Unione di Centro, ma certamente con una macchina elettorale non paragonabile a quella del Popolo delle Libertà, la maggiore forza nazionale aderente a quella confederazione partitica comunitaria; nel nostro collegio, l’Italia nord occidentale, siamo riusciti il primo in preferenze in Piemonte e Liguria ed il secondo in Lombardia, ma l’Unione di Centro vi ha ottenuto un solo seggio ed in Lombardia, avanti a noi, ha fatto il pieno Magdi Allam, un uomo di coraggio, vicedirettore del Corriere della Sera, che ha sfidato il fondamentalismo islamico, a rischio della vita, nel suo aspetto più duro: l’intolleranza per chi, adoprando la propria libertà religiosa, nato islamico decida d’abbracciare un’altra fede. Non occorre un eccesso di spirito sportivo per riconoscere il merito di chi ha guadagnato quel seggio, ed anche il valore del voto a quella personalità come scelta per una certa Europa. È passato tempo, nel progresso liberale, da quando Voltaire scrisse che l’Europa era quel luogo in cui gli ambasciatori erano sicuri d’essere rispettati; oggi gli ambasciatori vengono più o meno rispettati in tutto il mondo, e l’Europa vuole restare quel luogo in cui i cittadini sono liberi di scegliersi la fede che intendono abbracciare od anche di non abbracciarne alcuna. Conquista che è costata secoli d’inquisizione e guerre di religione. La nostra soddisfazione è anche «partitica», sebbene per educazione ed individuale spirito d’indipendenza non si sia uomo di parte. Nei fatti il successo del Partito Popolare Europeo, che si conferma il primo partito comunitario, in cui resta il retaggio federalistico dei Shumann, dei De Gasperi (colpi di Stato a parte, si sente dire in famiglia, ma nessuno è perfetto), degli Adenauer, degli Spaak, rappresenta una garanzia contro pericolosi sciovinismi nazionali, che purtroppo sono emersi, prepotenti, in alcuni Stati membri. Questo ultimo dato è l’unico che ci preoccupi e rattristi davvero. La sola nostra preoccupazione, infatti, è che in questa campagna elettorale non si sia riusciti a far passare a sufficienza il messaggio politico del quale ci sentiamo portatori, e cioè che l’Unione europea resterà un nulla politico fino a ché avrà una «borsa», il mercato interno e l’euro, ma non avrà una «spada», cioè una forza militare integrata in sé. Ciò contiene anche i germi d’una possibile disintegrazione di quanto in mezzo secolo s’è integrato. Luigi Einaudi, non solo un grande liberale ma un sabaudo di ferro, ammoniva che è la politica a guidare l’economia, e questa fu l’unica sua perplessità quando dovette firmare il Trattato istitutivo della Comunità europea del carbone e dell’acciaio, l’origine di tutto il processo d’integrazione economica. L’anima sta nella politica. Ha ragione il Capo del governo italiano quando afferma che il novanta per cento delle leggi che disciplinano la nostra vita, oggi, è fatta da regolamenti od in base a direttive comunitarie, ma sino a quando l’Unione europea resta una labile confederazione politica, fra Stati membri senza unità militare e divisi nell’azione diplomatica, la salda federazione economica che pur hanno saputo costruire tra loro non unisce i popoli sotto una bandiera che giustifichi sacrifici in tempo di crisi. Questo è il motivo degli insorgenti egoismi nazionali che rischiano di bloccare il processo federatore, come si vede con le difficoltà a strappare ad un’ormai isolata Irlanda meridionale la ratifica del Trattato di Lisbona.

Emanuele Filiberto

Ci siamo, il prossimo fine settimana, 6 e 7 di Giugno, si vota per il Parlamento europeo. I Partiti nazionali, soprattutto i maggiori, attendono con trepidazione il voto solo, si può ben dire, per avere conferme delle loro scelte nazionali: il Popolo della Libertà per saggiare se e fino a che punto gli italiani stimino l’azione di governo della Destra berlusconiana; il Partito Democratico se e fino a che punto la polemica di Dario Franceschini contro il mondo di lustrini di Silvio Berlusconi sia riuscito a far dimenticare le tasse del governo di Romano Prodi, ed il vuoto programmatico della nuova maggiore formazione della Sinistra; Tonino Di Pietro per vedere se premia descrivere l’Italia attuale come una tirannide personale. Potremmo continuare con le formazioni minori. Ma quando noi abbiamo accettato di correre il rischio, e ci siamo candidati all’elezioni del Parlamento europeo nelle liste dell’Unione di Centro (U.D.C.) in Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria l’abbiamo fatto per un altro motivo: in quanto siamo convinti che, nel mondo globale, gli europei possano essere liberi solo se l’Europa acquisterà quel ruolo politico, tra le potenze globali, che i singoli Stati nazionali, per dimensioni socioculturali prima che altro, non sono più in grado di assicurarsi; perché l’Unione europea è una labile confederazione politica fra Stati membri d’una Comunità economica federale che costituisce la prima potenza produttiva e commerciale al mondo, ma non riesce ad esistere politicamente senza essere anche una unità militare integrata; e quindi riteniamo che il Parlamento europeo, al di la delle competenze specifiche, debba essere il foro dal quale far partire un’azione specifica per munire l’Unione europea d’una difesa integrata, così come accadde nel 1984 col primo progetto d’Unione europea. Certo, se eletto dovremmo occuparci anche delle politiche comunitarie già in essere, controllare bene l’azione normativa ed amministrativa della Commissione, e chiediamo il voto anche per questo, ma il fulcro della nostra azione politica è un elemento fondamentale d’integrazione politica. Infatti, con Luigi Einaudi, siamo convinti che la politica guidi la vita economica e civile della società, e non viceversa. Alla vigilia di questo fine settimana, però, il nostro appello è molto più generale: votate per scelte di fondo europee, e non per un sondaggio d’opinione sulle leadership nazionali: per quello bastano gli istituti demoscopici.

Emanuele Filiberto

Abbiamo esaminato con attenzione il rapporto sui diritti umani presentato, i giorni scorsi, da Amnesty International. Ancora una volta abbiamo constatato come i diritti di libertà, che dovrebbero essere non solo universali ma soprattutto assoluti, poi invece siano condizionati, nel contingente storico, anche da quella cosa spesso sfuggente che è la prosperità economica. La crisi economica attraversata da molte società si sta rivelando anche un fattore di crisi nei confronti dei diritti dell’uomo. Certo non ci fa piacere l’allarme lanciato dall’organizzazione non governativa britannica sul pericolo d’insorgente razzismo che la stessa segnala in alcune misure prese dall’Italia. Non siamo i difensori d’ufficio del governo italiano, in quanto oltretutto non officiati da nessuno, e qualche avvocato da noi consultato ha rilevato come, in effetti, la tecnica di «respingimento» in mare, verso lo Stato costiero da cui sono salpati, di chi cerca d’immigrare clandestinamente in Italia non consente, a chi fosse nelle condizioni di chiedere asilo politico, neppure di poter presentare la relativa domanda. Non ci convince la logica del meglio così che mitragliarli, come fanno ogni tanto le motovedette spagnole, raccogliendo poi alcuni cadaveri che le correnti sospingono sulle spiagge. Però in una cosa non possiamo non essere in pieno accordo col governo italiano: nel richiedere, come esso fa, la convocazione d’un Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo sull’immigrazione. Se, infatti, l’Unione europea si fonda anche su un unione doganale, con una dogana comune, poiché la Comunità si fonda non solo sulla libera circolazione di beni, ma anche di persone, oltre che di servizî e capitali, l’Unione europea ha anche una frontiera comune, che quindi dovrebbe essere gestita in comune, con regole comuni. Altrimenti è incoerente censurare gli Stati membri più esposti ai fenomeni migratorî extracomunitarî di misure troppo dure, dopo essersi lamentati per anni della loro manica troppo larga, che avrebbe fatto dilagare clandestini in tutta l’Unione europea. Occorre prendere atto che una frontiera comune va regolata e gestita in comune, magari con un’eurocorpo di guardie di frontiera strutturato sul modello degli «erocorps» d’origine franco tedesca.

Emanuele Filiberto

Carissimi Amici,

ho deciso di candidarmi alle Elezioni Europee dopo un’attenta valutazione e lo faccio con grande consapevolezza e serietà.
Ho scelto le liste dell’UDC perché condivido la posizione di centro di questa realtà politica che ha sempre difeso con forza i Valori e le tradizioni democratiche del popolo italiano. Valori che ho sempre avuto come punto di riferimento anche personale.

Nel candidarmi per il Parlamento Europeo parto da un presupposto semplice e chiaro, condiviso dall’ampia maggioranza degli italiani: l’Europa viene vissuta come qualcosa di lontano, inutile, macchinoso. Una sorta di “parcheggio dorato” per politici in “pausa” in cui si fa di tutto per “tarpare le ali” all’Italia e alla sua economia.

La mia decisione nasce da questa percezione purtroppo diffusa in tutta Italia, una percezione che rischia di aprire una frattura tra gli italiani e l’Europa. E’ un rischio che non possiamo correre, l’Europa è un’opportunità per l’Italia e soprattutto per il territorio italiano e per la popolazione delle regioni d’Italia. La maggioranza assoluta delle leggi italiane devono oramai attenersi ai regolamenti decisi in sede comunitaria e questo significa che il futuro nostro e dei nostri figli verrà tracciato in Europa.

E’ inoltre fondamentale che il nostro Paese ed i nostri Parlamentari Europei sappiano concretizzare la gestione delle risorse europee in Italia affinché  vengano effettivamente finanziati progetti di sviluppo del territorio. Sviluppare le nuove imprese artigianali, agricole e professionali significa creare posti di lavoro e dare alla popolazione benessere e qualità della vita. Un diritto di ogni italiano che l’Unione Europea può offrire.

Vi posso assicurare che non farò una campagna elettorale da “politico televisivo”, quello non è il mio mestiere, ma andrò nelle strade e fra la gente a contatto diretto con i cittadini e con le loro esigenze.

Io credo in un’Europa vicina alla gente, alla portata del territorio, strumento di pace  e opportunità di sviluppo per tutti noi.

In una frase direi che è necessario portare il Valore dell’Italia in un’Europa del futuro.

Questo è il mio impegno come Candidato alle Elezioni Europee!

Emanuele Filiberto