UNITA’ D’ITALIA: EMANUELE FILIBERTO, CIAMPI E’ GARANZIA PER CELEBRAZIONI GOVERNO INTERVENGA Roma, 23 lug. - (Adnkronos) - “Ciampi e’ una garanzia per il nostro Paese e sarebbe triste se il presidente abbandonasse il comitato per le celebrazioni del centocinquantesimo anniversario dell’Unita’ d’Italia”. Cosi’ Emanuele Filiberto di Savoia commenta all’ADNKRONOS le parole del presidente emerito della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, che ha annunciato le sue dimissioni per settembre se il Governo non si impegnera’ per l’organizzazione delle celebrazioni. “Nessuno meglio di lui ha promosso la storia, le tradizioni e i valori italiani. Il governo - aggiunge Emanuele Filiberto - deve intervenire con azioni concrete per una ricorrenza cosi’ importante. Celebrazioni che posso essere anche un’opportunita’ per il rilancio del turismo, come avviene per esempio in Inghilterra”. “Spero - conclude Emanuele Filiberto - in ogni caso che il presidente Ciampi ci ripensi e che non ci lasci, perche’ contiamo su di lui e su quello che puo’ mettere in opera” (Asc/Gs/Adnkronos) 23-LUG-09 14:18
RICORDO ALESSANDRO DI LISIO
Non possiamo, nel ricordo del Caporalmaggiore Alessandro di Lisio, caduto da ragazzo normale, nel compimento d’un dovere senza retorica, non essere vicini ai ragazzi ed alle ragazze della «Folgore», e delle altre unità impegnate nei teatri operativi, in Afghanistan od in altre terre lontane dalla Patria, per difenderne l’onore prima che gli interessi. Siamo anche col Ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che si batte per la tutela della dignità e sicurezza dei nostri soldati, col cuore carico di sentimenti e la mente attenta sul da farsi; col governo ed il Capo dello Stato, attenti ai doveri internazionali della Nazione, ma anche con Dario Franceschini, che dall’opposizione afferma: “Siamo vicini alla famiglia ed ai soldati feriti; il governo verrà a riferire in Parlamento su cosa è accaduto, ma ora è importante che tutti esprimiamo solidarietà e vicinanza”. Quando i rappresentanti della Nazione operano e si esprimono così, rendono tangibile agli Italiani l’esistenza d’una Patria. Siamo, viceversa, distantissimi dal sig. Oliviero Di Liberto, che non manca l’occasione per blaterare che “il dolore non ci deve far dimenticare che la Costituzione dice che l’Italia ripudia la guerra”. Naturalmente non siamo guerrafondai, ma se vogliamo costruire l’Europa, dobbiamo sapere che essa può essere libera se non si estranea dalla storia, e che un antico e glorioso Stato italiano, Venezia Serenissima, grande sui mari, quando oppose a Napoleone I Buonaparte una dottrinaria “neutralità disarmata”, meritatamente disparve, come meritatamente era durata mille anni quando seppe fronteggiare franchi, ottomani, slavi e tedeschi. Lo spirito pubblico deve essere riabituato al confronto con la realtà internazionale e storica. Forse anche, però, le espressioni d’un Oliviero Di Liberto sono utili, perché ci rammentano un’ipocrisia dalla quale non ci s’è ancora liberati, e che non giova alla dignità ed al morale dei nostri soldati in zona d’operazione: ufficialmente quelle operazioni, ipocritamente, non vengono considerate in “zona di guerra”, e così se i nostri uomini, a sprezzo del pericolo, meritano decorazioni, le ottengono “al valor civile” e non “al valor militare”, come i loro commilitoni d’altre Nazioni. Certo, nessuno trascura l’eroismo del pompiere che, per salvare vite umane, rischia la sua. Il “valor civile” non è da meno, ma è diverso: il soldato deve essere riconosciuto per tale. Per questo nostro bisnonno, Vittorio Emanuele III, istituì un Istituto apposito, il “Nastro Azzurro”, perché i decorati al valor militare potessero fregiarsi d’un emblema araldico, trasmissibile anche alla discendenza che ne coltivasse memoria, aderendo all’Istituto. Perché l’onore militare deve avere i suoi strumenti per la memoria dei posteri e far si che una popolazione si senta Nazione. Non ci si può, infatti, battere per un servizio vero allo sviluppo dell’Umanità senza identità di sé, collettiva non meno che individuale.
Emanuele Filiberto
A PROPOSITO DEL G8
I risultati pratici del vertice diplomatico tra i Capi di Stato e di governo degli otto maggiori Stati industriali del pianeta sono in grande parte positivi, coll’interessamento di quelle potenze alla ricostruzione dell’Abruzzo, l’abbozzo di nuove regole universali per liberi scambî economici, con l’obbligo di principio di non conservare od istituire “paradisi fiscali” che possano distorcere il mercato internazionale dei capitali. Ciò anche se la riduzione delle emissioni che causano il surriscaldamento della terra dell’ottanta per cento entro l’anno 2050 della nostra era, per limitare il fenomeno entro un tetto di due gradi centigradi, pare deliberazione in gran parte insufficiente. Innanzitutto si consideri come, di fatto, in molte democrazie parlamentari l’attuazione pratica delle misure relative corre il rischio d’ulteriori ritardi per l’indifferenza d’un personale politico “tarato”, per l’urgenza degli interessi elettorali, per questioni di breve periodo, e sensibile alle pressioni dei diversi settori economici. Poi la mancata adesione a questa delibera della Cina comunista e dell’Unione Indiana, cioè delle maggiori potenze dell’Asia, priva la decisione di quella universalità che, in materia d’ambiente terrestre, è indispensabile se si vuole che le misure stesse abbiano pieno effetto. Tuttavia la questione è un’altra. Il recentemente scomparso Lord Dahrendorf riteneva che la democrazia liberale fosse come svuotata dalla globalizzazione, in quanto le decisioni che governano la società planetaria vengono prese a livelli non controllabili da organi effettivamente rappresentativi dei cittadini. Infatti queste decisioni sfuggono a qualunque rapporto tra istituzioni, popolazione e territorio, perché vengono prese a livello non territoriale, e gli organi di rappresentanza politica sono tutti territoriali. Per il sociologo liberale non poteva essere diversamente, in quanto la rappresentatività richiede una delega da parte d’una popolazioni che abbia riferimenti culturali omogenei, cioè parli uno stesso linguaggio; il che non potrebbe avvenire in un miscuglio d’europei, asiatici, africani, americani ed australi d’ogni latitudine e longitudine. Si dirà che i Capi di Stato e di governo degli otto Stati più industrializzati rispondono ai rispettivi popoli; ma pur passando sopra al fatto che le loro decisioni ricadono anche su intere Nazioni non rappresentate da quegli otto, sta che il livello ed il metodo di controllo democratico d’una monarchia parlamentare come la Britannica, d’una repubblica presidenziale come gli Stati Uniti dell’America settentrionale, o d’un regime totalitario quale la Cina comunista sono ben diversi tra loro. Questo mondo globale, tuttavia, va pur governato, come dimostra l’emergenza climatica e più in genere ambientale, e ben vengano queste ed altre conferenze più o meno universali. Tanto, però, ci spinge a considerare nella sua adeguata natura e posizione la sentenza emessa, la scorsa settimana, dalla Corte costituzionale tedesca sulla ratifica, da parte della Germania, del Trattato di Lisbona che modifica i Trattati istitutivi dell’Unione europea. In buona sostanza i giudici costituzionali germanici hanno ritenuto costituzionale la legge di autorizzazione alla ratifica e di piena esecuzione del Trattato di Lisbona purché, viste le nuove competenze che esso attribuisce al Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo, sottratte al controllo del Parlamento europeo, il parlamento federale germanico venga rafforzato nel proprio controllo sulla posizione della Cancelleria espressa in sede d’Unione europea. La sentenza è correttissima, dato che l’ampio potere di controllo del Parlamento europeo in sede d’integrazione economica, non trova riscontro nelle materie, come politica estera e difesa, attribuite alla cooperazione politica, gestita solo da un Consiglio europeo meramente intergovernativo, come i vertici globali “alla G. 8”. Noi sosteniamo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, in quanto se vogliamo costruire una difesa dell’identità europea nel mondo della società globale dobbiamo dotare l’Unione europea di quelle competenze, ma il fine ultimo pel quale ci siamo messi in discussione è quello, poi, di “comunitarizzare” la cooperazione politica, perché il valore aggiunto del processo d’integrazione europea è costituito da un quadro decisionale rappresentativo supernazionale, che è proprio quanto manca, al contrario, al concerto internazionale. Quello che è sfuggito a commenti strumentalmente antieuropei è la natura profondamente federalista della sentenza della Corte costituzionale germanica, che non è un invito a tornare in dietro, ma un monito ad andare avanti nel processo d’integrazione. L’alternativa è la logica che vediamo all’opera nei consessi globali, che è la logica del Congresso di Vienna d’assolutistica memoria.
Emanuele Filiberto
Nell’apprendere i risultati relativi ai candidati eletti al Parlamento Europeo, che vedono posizionarsi Emanuele Filiberto di Savoia al secondo posto con 22500 preferenze, il Principe ha dichiarato: “E’ stata una delle più importanti esperienze della mia vita che mi ha portato ad incontrare migliaia di italiani e di approfondire i problemi territoriali del Piemonte, Lombardia, Valle d’Aosta e Liguria. Ringrazio l’On. Casini, l’On. Cesa e tutta l’UDC per questa opportunità. Ho potuto conoscere realtà sociali e produttive di fondamentale importanza per il Paese e sono profondamente grato ai 22500 elettori che mi hanno dato la loro preferenza. Un segno di fiducia che non voglio tradire e che rappresenta un impegno morale verso di loro e verso il territorio della Circoscrizione in cui sono stato candidato. Desidero ringraziare le associazioni di categoria che mi hanno esposto le loro istanze per l’Europa, in particolare gli artigiani, i piccoli imprenditori, i coltivatori, gli allevatori ed i produttori di latte.
Non vogliamo frapporre molto tempo fra quanto è uscito dalle urne delle elezioni per il Parlamento europeo ed il dovuto rendiconto d’una iniziativa politica, la nostra candidatura ad esso, nella quale abbiamo accettato il rischio di metterci in discussione. Non abbiamo motivi d’insoddisfazione personale e «partitica». Sotto il profilo personale: abbiamo accettato la candidatura pel partito italiano forse più coerente con la storia e la natura del Partito Popolare Europeo, l’Unione di Centro, ma certamente con una macchina elettorale non paragonabile a quella del Popolo delle Libertà, la maggiore forza nazionale aderente a quella confederazione partitica comunitaria; nel nostro collegio, l’Italia nord occidentale, siamo riusciti il primo in preferenze in Piemonte e Liguria ed il secondo in Lombardia, ma l’Unione di Centro vi ha ottenuto un solo seggio ed in Lombardia, avanti a noi, ha fatto il pieno Magdi Allam, un uomo di coraggio, vicedirettore del Corriere della Sera, che ha sfidato il fondamentalismo islamico, a rischio della vita, nel suo aspetto più duro: l’intolleranza per chi, adoprando la propria libertà religiosa, nato islamico decida d’abbracciare un’altra fede. Non occorre un eccesso di spirito sportivo per riconoscere il merito di chi ha guadagnato quel seggio, ed anche il valore del voto a quella personalità come scelta per una certa Europa. È passato tempo, nel progresso liberale, da quando Voltaire scrisse che l’Europa era quel luogo in cui gli ambasciatori erano sicuri d’essere rispettati; oggi gli ambasciatori vengono più o meno rispettati in tutto il mondo, e l’Europa vuole restare quel luogo in cui i cittadini sono liberi di scegliersi la fede che intendono abbracciare od anche di non abbracciarne alcuna. Conquista che è costata secoli d’inquisizione e guerre di religione. La nostra soddisfazione è anche «partitica», sebbene per educazione ed individuale spirito d’indipendenza non si sia uomo di parte. Nei fatti il successo del Partito Popolare Europeo, che si conferma il primo partito comunitario, in cui resta il retaggio federalistico dei Shumann, dei De Gasperi (colpi di Stato a parte, si sente dire in famiglia, ma nessuno è perfetto), degli Adenauer, degli Spaak, rappresenta una garanzia contro pericolosi sciovinismi nazionali, che purtroppo sono emersi, prepotenti, in alcuni Stati membri. Questo ultimo dato è l’unico che ci preoccupi e rattristi davvero. La sola nostra preoccupazione, infatti, è che in questa campagna elettorale non si sia riusciti a far passare a sufficienza il messaggio politico del quale ci sentiamo portatori, e cioè che l’Unione europea resterà un nulla politico fino a ché avrà una «borsa», il mercato interno e l’euro, ma non avrà una «spada», cioè una forza militare integrata in sé. Ciò contiene anche i germi d’una possibile disintegrazione di quanto in mezzo secolo s’è integrato. Luigi Einaudi, non solo un grande liberale ma un sabaudo di ferro, ammoniva che è la politica a guidare l’economia, e questa fu l’unica sua perplessità quando dovette firmare il Trattato istitutivo della Comunità europea del carbone e dell’acciaio, l’origine di tutto il processo d’integrazione economica. L’anima sta nella politica. Ha ragione il Capo del governo italiano quando afferma che il novanta per cento delle leggi che disciplinano la nostra vita, oggi, è fatta da regolamenti od in base a direttive comunitarie, ma sino a quando l’Unione europea resta una labile confederazione politica, fra Stati membri senza unità militare e divisi nell’azione diplomatica, la salda federazione economica che pur hanno saputo costruire tra loro non unisce i popoli sotto una bandiera che giustifichi sacrifici in tempo di crisi. Questo è il motivo degli insorgenti egoismi nazionali che rischiano di bloccare il processo federatore, come si vede con le difficoltà a strappare ad un’ormai isolata Irlanda meridionale la ratifica del Trattato di Lisbona.
Emanuele Filiberto
A PROPOSITO DELLE ELEZIONI EUROPEE
Ci siamo, il prossimo fine settimana, 6 e 7 di Giugno, si vota per il Parlamento europeo. I Partiti nazionali, soprattutto i maggiori, attendono con trepidazione il voto solo, si può ben dire, per avere conferme delle loro scelte nazionali: il Popolo della Libertà per saggiare se e fino a che punto gli italiani stimino l’azione di governo della Destra berlusconiana; il Partito Democratico se e fino a che punto la polemica di Dario Franceschini contro il mondo di lustrini di Silvio Berlusconi sia riuscito a far dimenticare le tasse del governo di Romano Prodi, ed il vuoto programmatico della nuova maggiore formazione della Sinistra; Tonino Di Pietro per vedere se premia descrivere l’Italia attuale come una tirannide personale. Potremmo continuare con le formazioni minori. Ma quando noi abbiamo accettato di correre il rischio, e ci siamo candidati all’elezioni del Parlamento europeo nelle liste dell’Unione di Centro (U.D.C.) in Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria l’abbiamo fatto per un altro motivo: in quanto siamo convinti che, nel mondo globale, gli europei possano essere liberi solo se l’Europa acquisterà quel ruolo politico, tra le potenze globali, che i singoli Stati nazionali, per dimensioni socioculturali prima che altro, non sono più in grado di assicurarsi; perché l’Unione europea è una labile confederazione politica fra Stati membri d’una Comunità economica federale che costituisce la prima potenza produttiva e commerciale al mondo, ma non riesce ad esistere politicamente senza essere anche una unità militare integrata; e quindi riteniamo che il Parlamento europeo, al di la delle competenze specifiche, debba essere il foro dal quale far partire un’azione specifica per munire l’Unione europea d’una difesa integrata, così come accadde nel 1984 col primo progetto d’Unione europea. Certo, se eletto dovremmo occuparci anche delle politiche comunitarie già in essere, controllare bene l’azione normativa ed amministrativa della Commissione, e chiediamo il voto anche per questo, ma il fulcro della nostra azione politica è un elemento fondamentale d’integrazione politica. Infatti, con Luigi Einaudi, siamo convinti che la politica guidi la vita economica e civile della società, e non viceversa. Alla vigilia di questo fine settimana, però, il nostro appello è molto più generale: votate per scelte di fondo europee, e non per un sondaggio d’opinione sulle leadership nazionali: per quello bastano gli istituti demoscopici.
Emanuele Filiberto
A PROPOSITO DI AMNESTY INTERNATIONAL
Abbiamo esaminato con attenzione il rapporto sui diritti umani presentato, i giorni scorsi, da Amnesty International. Ancora una volta abbiamo constatato come i diritti di libertà, che dovrebbero essere non solo universali ma soprattutto assoluti, poi invece siano condizionati, nel contingente storico, anche da quella cosa spesso sfuggente che è la prosperità economica. La crisi economica attraversata da molte società si sta rivelando anche un fattore di crisi nei confronti dei diritti dell’uomo. Certo non ci fa piacere l’allarme lanciato dall’organizzazione non governativa britannica sul pericolo d’insorgente razzismo che la stessa segnala in alcune misure prese dall’Italia. Non siamo i difensori d’ufficio del governo italiano, in quanto oltretutto non officiati da nessuno, e qualche avvocato da noi consultato ha rilevato come, in effetti, la tecnica di «respingimento» in mare, verso lo Stato costiero da cui sono salpati, di chi cerca d’immigrare clandestinamente in Italia non consente, a chi fosse nelle condizioni di chiedere asilo politico, neppure di poter presentare la relativa domanda. Non ci convince la logica del meglio così che mitragliarli, come fanno ogni tanto le motovedette spagnole, raccogliendo poi alcuni cadaveri che le correnti sospingono sulle spiagge. Però in una cosa non possiamo non essere in pieno accordo col governo italiano: nel richiedere, come esso fa, la convocazione d’un Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo sull’immigrazione. Se, infatti, l’Unione europea si fonda anche su un unione doganale, con una dogana comune, poiché la Comunità si fonda non solo sulla libera circolazione di beni, ma anche di persone, oltre che di servizî e capitali, l’Unione europea ha anche una frontiera comune, che quindi dovrebbe essere gestita in comune, con regole comuni. Altrimenti è incoerente censurare gli Stati membri più esposti ai fenomeni migratorî extracomunitarî di misure troppo dure, dopo essersi lamentati per anni della loro manica troppo larga, che avrebbe fatto dilagare clandestini in tutta l’Unione europea. Occorre prendere atto che una frontiera comune va regolata e gestita in comune, magari con un’eurocorpo di guardie di frontiera strutturato sul modello degli «erocorps» d’origine franco tedesca.
Emanuele Filiberto
Lettera agli elettori
Carissimi Amici,
ho deciso di candidarmi alle Elezioni Europee dopo un’attenta valutazione e lo faccio con grande consapevolezza e serietà.
Ho scelto le liste dell’UDC perché condivido la posizione di centro di questa realtà politica che ha sempre difeso con forza i Valori e le tradizioni democratiche del popolo italiano. Valori che ho sempre avuto come punto di riferimento anche personale.
Nel candidarmi per il Parlamento Europeo parto da un presupposto semplice e chiaro, condiviso dall’ampia maggioranza degli italiani: l’Europa viene vissuta come qualcosa di lontano, inutile, macchinoso. Una sorta di “parcheggio dorato” per politici in “pausa” in cui si fa di tutto per “tarpare le ali” all’Italia e alla sua economia.
La mia decisione nasce da questa percezione purtroppo diffusa in tutta Italia, una percezione che rischia di aprire una frattura tra gli italiani e l’Europa. E’ un rischio che non possiamo correre, l’Europa è un’opportunità per l’Italia e soprattutto per il territorio italiano e per la popolazione delle regioni d’Italia. La maggioranza assoluta delle leggi italiane devono oramai attenersi ai regolamenti decisi in sede comunitaria e questo significa che il futuro nostro e dei nostri figli verrà tracciato in Europa.
E’ inoltre fondamentale che il nostro Paese ed i nostri Parlamentari Europei sappiano concretizzare la gestione delle risorse europee in Italia affinché vengano effettivamente finanziati progetti di sviluppo del territorio. Sviluppare le nuove imprese artigianali, agricole e professionali significa creare posti di lavoro e dare alla popolazione benessere e qualità della vita. Un diritto di ogni italiano che l’Unione Europea può offrire.
Vi posso assicurare che non farò una campagna elettorale da “politico televisivo”, quello non è il mio mestiere, ma andrò nelle strade e fra la gente a contatto diretto con i cittadini e con le loro esigenze.
Io credo in un’Europa vicina alla gente, alla portata del territorio, strumento di pace e opportunità di sviluppo per tutti noi.
In una frase direi che è necessario portare il Valore dell’Italia in un’Europa del futuro.
Questo è il mio impegno come Candidato alle Elezioni Europee!
Emanuele Filiberto
La visita «privata» del Capo dello Stato, On. Giorgio Napoletano, a Londra ha avuto, forse, un significato politico ben maggiore, come spessissimo accade, di tante visite «ufficiali». Nell’incontro con Sua Maestà la Regina Elisabetta II, ed in quelli con altre personalità della vita politica e sociale del Regno Unito, infatti, ha avuto modo di ribadire il Suo convincimento, che condividiamo in pieno in quanto è anche il nostro, che l’Europa non ha un futuro degno di sé, cioè all’altezza delle responsabilità che porta per la sua storia, se l’Unione europea non saprà integrarsi militarmente e, quindi, esprimere una sua politica unitaria in questo mondo, tra le potenze globali. È significativo sia andato a dirlo alla Sovrana ed a esponenti della società civile delle isole britanniche, poiché la tendenza al tradizionale isolamento si scontra sempre di più, lì, con l’acquisizione del dato empirico del sempre più inconsistente peso internazionale del Regno senza Impero, e della forza dell’Unione europea quando s’esprime in forme integrate. Dall’ultima guerra del golfo persico, infatti, è toccato proprio a governi laburisti constatare come il ruolo britannico nella regione sia defunto con lo scioglimento, a suo tempo, della CENTO, una sorta di piccola NATO a guida britannica per quell’area, che i governi laburisti del secondo dopoguerra vollero demolire, nello smantellamento generale d’ogni ruolo imperiale, a cui s’è fatalmente sostituito, in quanto la politica non ammette vuoti, quello egemonico della federazione nordamericana. La politica monetaria isolazionista, che ha impedito sino adesso l’ingrasso del Regno Unito nell’Euro, ha prodotto all’attuale fine ingloriosa della Sterlina, naufragata in un’inflazione di carta moneta stampata a grande tiratura, nell’illusione di seppellire sotto quella montagna di biglietti senza valore la crisi finanziaria in atto, mentre proprio l’Euro s’impone sui mercati. Con diplomazia, il Capo dello Stato italiano, a Londra, ha sottolineato come gli europei covino troppo spesso la tendenza a scaricare sulle spalle degli Stati Uniti dell’America settentrionale l’onere della loro difesa. Preoccupazione che sottintende che chi ha bisogno della protezione altrui accetta di farsi un protettorato, il ché, non solo nel caso della Gran Bretagna, vuol dire farsi da dominante «dominio». Di questo Sua Maestà la Regina è perfettamente consapevole, speriamo che lo sia il Suo governo. La determinazione colla quale quel ministro ha convinto i Comuni ed i Lords a ratificare il Trattato di Lisbona lascerebbe credere che lo sia. Ma lo è la gente, ed il personale politico ordinario, anche sul continente, da noi? Sotto tale profilo la campagna elettorale per il Parlamento europeo è deludente. I maggiori partiti usano le elezioni al Parlamento europeo per una resa di conti solo domestica, che prescinde totalmente dall’urgenza dell’Europa di esistere, se si vuole che i cittadini europei possano ancora esserlo di uno Stato sovrano. Su questo vorremmo chiedere al Capo dello Stato di usare dell’autorità morale della carica, e rivolgersi agli italiani ed ai loro partiti per ricordare che Parlamento vanno ad eleggere.
Emanuele Filiberto di Savoia, candidato al Parlamento Europeo nelle liste dell’UDC, si è recato quest’oggi in visita a Cuneo per incontrare le realtà economiche e dell’artigianato della piú grande provincia del Piemonte.
Dopo la visita a S.E. Mons. Giuseppe Cavallotto, vescovo di Cuneo e Fossano, dove si é parlato della necessitá di evidenziare l’importanza delle radici cristiane e dei valori tradizionali italiani in Europa, Emanuele Filiberto ha incontrato, insieme all’Onorevole Teresio Delfino, il presidente della Confartigianato Sebastiano Dutto per approfondire le necessitá delle imprese artigiane cuneesi. Il candidato UDC ha poi incontrato il presidente provinciale della Confagricoltura ed alcune rappresentanze del commercio.
“La provincia di Cuneo è conosciuta per la sua fitta rete di piccole imprese artigiane, agricole e per l’allevamento. Esse rappresentano l’eccellenza nel settore imprenditoriale piemontese e sono punto di riferimento a livello internazionale. Ho voluto incontrare i rappresentanti delle categorie, che ringrazio per la disponibilità, per comprendere le difficoltá che essi affrontano quotidianamente per sviluppare questi importanti settori. L’Europa, anziché rappresentare per queste piccole aziende un’opportunitá di sviluppo e sostegno è d’intralcio per la troppa burocrazia. Credo fermamente che l’artigianato, l’agricoltura e l’allevamento del cuneese debbano essere ampiamente sostenuti ed è mia intenzione, in sede europea, promuovere lo snellimento delle procedure. È inoltre evidente che questa grande provincia sia ormai da troppi anni abbandonata e priva di quelle infrastrutture basilari che potrebbero consentire il collegamento con l’Europa, elemento necessario per un concreto ed effettivo sviluppo. Mi riprometto pertanto di inserire nel mio programma elettorale questi punti necessari per tutto il tessuto delle piccole e medie imprese della nostra Italia” Emanuele Filiberto di Savoia

