Gli Italiani dovrebbero riflettere sull’ultimo libro di Don Gianni Baget Bozzo (Giuseppe Dossetti – La Costituzione come ideologia politica, Ares Milano 2009), di cui “il Domenicale” di Sabato 25 Luglio scorso ha anticipato stralci significativi. Certo il testo, ultimo scritto d’un sacerdote cattolico romano con profonde conoscenze teologiche, centrato sulla figura d’una sorta di monaco guerriero della “repubblica conciliare” cattocomunista, ricorda una prosa un poco alla Vincenzo Gioberti, intrisa di riferimenti teologici forse ostici ai più, certamente a noi. Tuttavia il discorso resta chiaro ed illuminante: Giuseppe Dossetti, nella sua partigianeria, avrebbe legittimato, addirittura con una teologia politica, prima il cosiddetto “arco costituzionale”, cioè la “serrata” della completa partecipazione allo Stato ai soli partiti i quali avrebbero combattuto nella resistenza al nazifascismo ed ispirato la Costituzione del 1947-’48, escludendone non solo i neofascisti ma anche i monarchici od i liberaldemocratici del movimento dell’ “Uomo Qualunque” di Guglielmo Giannini; poi, dal 1994, il tentativo d’estensione della “conventio ad exludendum” alle forze maggioritarie del Centro Destra, che vennero colpite dalle sinistre da anatema d’incostituzionalità anche se sostenute dalla maggioranza democratica dei cittadini. Scrive Giovanni Baget Bozzo: “Dossetti fece proprio questo: riuscì a dare vita ad una maggioranza politica fondata sul principio che forze anticostituzionali erano in parlamento e che la Costituzione doveva difendere la democrazia dando vita ad un partito fondato su di essa. L’Ulivo fu appunto questo. […] Per sua natura, un conflitto che aveva per oggetto una Costituzione era un conflitto radicale: una nuova forma di guerra civile prendeva il posto delle altre che l’avevano preceduta […] Ci voleva un mito fondatore e Dossetti gli diede spazio e parole. […] Il mito dossettiano era l’omaggio all’Italia ed al suo popolo, che aveva nell’antifascismo ritrovato sé stesso”. Questa fu l’ideologia dell’Ulivo, poi della “Unione”, che infine si reincarnerà nel “Partito Democratico”. Se non ché, Don Baget Bozzo acutamente rileva: “Tuttavia questa operazione, che riportava indietro la Storia a un supposto evento fondatore, non corrispondeva a verità. La Resistenza e la Costituzione non avevano rappresentato il fondamento dell’unità nazionale ritrovata dopo la fine della monarchia risorgimentale, con gli eventi che vanno dal ’43 al ’46. […] Ciò che unì la nazione, allora, fu la passione comune, una guerra inutile combattuta con coraggio e onore dalla Tunisia al Caucaso. Sofferta nei bombardamenti delle città, infine una guerra guerreggiata sul territorio. In qualunque modo fosse motivata e sofferta, la passione comune e diversa non aveva messo in discussione il fatto che il suo oggetto fosse l’Italia come popolo e come nazione. L’unità d’Italia e la nazione Italia sopravvissero alla tragedia, che del resto ugualmente imperversò in tutte le nazioni coinvolte in Europa dalla guerra. Fu questo senso comune ciò che unì gli italiani, non la Resistenza o l’antifascismo o la Costituzione, che furono parte del dramma, ma non ne identificarono l’oggetto”. Leggendo queste espressioni, di profondo Patriottismo, di Don Gianni Baget Bozzo svanisce ogni idea, legata a quegli eventi, della cosiddetta “morte della Patria”, e si svela un sentimento nazionale che, in certi periodi, sarà anche un fiume carsico, sotterraneo, ma che scava in profondità nello spirito pubblico degli Italiani. Si capisce anche perché la partigianeria astiosa contro quasi la metà dei cittadini, che ha sempre votato il Centro e la Destra, è solo servita a farla diventare maggioranza e poi consolidarla in quella scelta; e chi ne contestava e contesta la legittimità, in nome d’una visione di parte della Costituzione, non solo s’è trovato minoritario nella Nazione, ma in definitiva ha rafforzato coloro che, con toni diversi ed orientamenti spesso disparati, chiedono la revisione del testo dello Statuto fondamentale in parti non marginali. Si può parlare di Partito della Nazione, come fa l’Unione di Centro, o di “un partito conservatore e modernizzatore all’unisono”, che deve “saper declinare i valori della tradizione all’interno di una società moderna e secolarizzata”, come fa Sacconi nel Popolo delle Libertà, ma è certo che questo richiedono gli Italiani ed, in fondo, gli Europei, in questa generazione sociale e liberale.

Emanuele Filiberto

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