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RICORDO ALESSANDRO DI LISIO

Author: Filippo
07.15.09

Non possiamo, nel ricordo del Caporalmaggiore Alessandro di Lisio, caduto da ragazzo normale, nel compimento d’un dovere senza retorica, non essere vicini ai ragazzi ed alle ragazze della «Folgore», e delle altre unità impegnate nei teatri operativi, in Afghanistan od in altre terre lontane dalla Patria, per difenderne l’onore prima che gli interessi. Siamo anche col Ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che si batte per la tutela della dignità e sicurezza dei nostri soldati, col cuore carico di sentimenti e la mente attenta sul da farsi; col governo ed il Capo dello Stato, attenti ai doveri internazionali della Nazione, ma anche con Dario Franceschini, che dall’opposizione afferma: “Siamo vicini alla famiglia ed ai soldati feriti; il governo verrà a riferire in Parlamento su cosa è accaduto, ma ora è importante che tutti esprimiamo solidarietà e vicinanza”. Quando i rappresentanti della Nazione operano e si esprimono così, rendono tangibile agli Italiani l’esistenza d’una Patria. Siamo, viceversa, distantissimi dal sig. Oliviero Di Liberto, che non manca l’occasione per blaterare che “il dolore non ci deve far dimenticare che la Costituzione dice che l’Italia ripudia la guerra”. Naturalmente non siamo guerrafondai, ma se vogliamo costruire l’Europa, dobbiamo sapere che essa può essere libera se non si estranea dalla storia, e che un antico e glorioso Stato italiano, Venezia Serenissima, grande sui mari, quando oppose a Napoleone I Buonaparte una dottrinaria “neutralità disarmata”, meritatamente disparve, come meritatamente era durata mille anni quando seppe fronteggiare franchi, ottomani, slavi e tedeschi. Lo spirito pubblico deve essere riabituato al confronto con la realtà internazionale e storica. Forse anche, però, le espressioni d’un Oliviero Di Liberto sono utili, perché ci rammentano un’ipocrisia dalla quale non ci s’è ancora liberati, e che non giova alla dignità ed al morale dei nostri soldati in zona d’operazione: ufficialmente quelle operazioni, ipocritamente, non vengono considerate in “zona di guerra”, e così se i nostri uomini, a sprezzo del pericolo, meritano decorazioni, le ottengono “al valor civile” e non “al valor militare”, come i loro commilitoni d’altre Nazioni. Certo, nessuno trascura l’eroismo del pompiere che, per salvare vite umane, rischia la sua. Il “valor civile” non è da meno, ma è diverso: il soldato deve essere riconosciuto per tale. Per questo nostro bisnonno, Vittorio Emanuele III, istituì un Istituto apposito, il “Nastro Azzurro”, perché i decorati al valor militare potessero fregiarsi d’un emblema araldico, trasmissibile anche alla discendenza che ne coltivasse memoria, aderendo all’Istituto. Perché l’onore militare deve avere i suoi strumenti per la memoria dei posteri e far si che una popolazione si senta Nazione. Non ci si può, infatti, battere per un servizio vero allo sviluppo dell’Umanità senza identità di sé, collettiva non meno che individuale.

Emanuele Filiberto