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A PROPOSITO DEL G8

Author: Filippo
07.08.09

I risultati pratici del vertice diplomatico tra i Capi di Stato e di governo degli otto maggiori Stati industriali del pianeta sono in grande parte positivi, coll’interessamento di quelle potenze alla ricostruzione dell’Abruzzo, l’abbozzo di nuove regole universali per liberi scambî economici, con l’obbligo di principio di non conservare od istituire “paradisi fiscali” che possano distorcere il mercato internazionale dei capitali. Ciò anche se la riduzione delle emissioni che causano il surriscaldamento della terra dell’ottanta per cento entro l’anno 2050 della nostra era, per limitare il fenomeno entro un tetto di due gradi centigradi, pare deliberazione in gran parte insufficiente. Innanzitutto si consideri come, di fatto, in molte democrazie parlamentari l’attuazione pratica delle misure relative corre il rischio d’ulteriori ritardi per l’indifferenza d’un personale politico “tarato”, per l’urgenza degli interessi elettorali, per questioni di breve periodo, e sensibile alle pressioni dei diversi settori economici. Poi la mancata adesione a questa delibera della Cina comunista e dell’Unione Indiana, cioè delle maggiori potenze dell’Asia, priva la decisione di quella universalità che, in materia d’ambiente terrestre, è indispensabile se si vuole che le misure stesse abbiano pieno effetto. Tuttavia la questione è un’altra. Il recentemente scomparso Lord Dahrendorf riteneva che la democrazia liberale fosse come svuotata dalla globalizzazione, in quanto le decisioni che governano la società planetaria vengono prese a livelli non controllabili da organi effettivamente rappresentativi dei cittadini. Infatti queste decisioni sfuggono a qualunque rapporto tra istituzioni, popolazione e territorio, perché vengono prese a livello non territoriale, e gli organi di rappresentanza politica sono tutti territoriali. Per il sociologo liberale non poteva essere diversamente, in quanto la rappresentatività richiede una delega da parte d’una popolazioni che abbia riferimenti culturali omogenei, cioè parli uno stesso linguaggio; il che non potrebbe avvenire in un miscuglio d’europei, asiatici, africani, americani ed australi d’ogni latitudine e longitudine. Si dirà che i Capi di Stato e di governo degli otto Stati più industrializzati rispondono ai rispettivi popoli; ma pur passando sopra al fatto che le loro decisioni ricadono anche su intere Nazioni non rappresentate da quegli otto, sta che il livello ed il metodo di controllo democratico d’una monarchia parlamentare come la Britannica, d’una repubblica presidenziale come gli Stati Uniti dell’America settentrionale, o d’un regime totalitario quale la Cina comunista sono ben diversi tra loro. Questo mondo globale, tuttavia, va pur governato, come dimostra l’emergenza climatica e più in genere ambientale, e ben vengano queste ed altre conferenze più o meno universali. Tanto, però, ci spinge a considerare nella sua adeguata natura e posizione la sentenza emessa, la scorsa settimana, dalla Corte costituzionale tedesca sulla ratifica, da parte della Germania, del Trattato di Lisbona che modifica i Trattati istitutivi dell’Unione europea. In buona sostanza i giudici costituzionali germanici hanno ritenuto costituzionale la legge di autorizzazione alla ratifica e di piena esecuzione del Trattato di Lisbona purché, viste le nuove competenze che esso attribuisce al Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo, sottratte al controllo del Parlamento europeo, il parlamento federale germanico venga rafforzato nel proprio controllo sulla posizione della Cancelleria espressa in sede d’Unione europea. La sentenza è correttissima, dato che l’ampio potere di controllo del Parlamento europeo in sede d’integrazione economica, non trova riscontro nelle materie, come politica estera e difesa, attribuite alla cooperazione politica, gestita solo da un Consiglio europeo meramente intergovernativo, come i vertici globali “alla G. 8”. Noi sosteniamo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, in quanto se vogliamo costruire una difesa dell’identità europea nel mondo della società globale dobbiamo dotare l’Unione europea di quelle competenze, ma il fine ultimo pel quale ci siamo messi in discussione è quello, poi, di “comunitarizzare” la cooperazione politica, perché il valore aggiunto del processo d’integrazione europea è costituito da un quadro decisionale rappresentativo supernazionale, che è proprio quanto manca, al contrario, al concerto internazionale. Quello che è sfuggito a commenti strumentalmente antieuropei è la natura profondamente federalista della sentenza della Corte costituzionale germanica, che non è un invito a tornare in dietro, ma un monito ad andare avanti nel processo d’integrazione. L’alternativa è la logica che vediamo all’opera nei consessi globali, che è la logica del Congresso di Vienna d’assolutistica memoria.

Emanuele Filiberto