Non vogliamo frapporre molto tempo fra quanto è uscito dalle urne delle elezioni per il Parlamento europeo ed il dovuto rendiconto d’una iniziativa politica, la nostra candidatura ad esso, nella quale abbiamo accettato il rischio di metterci in discussione. Non abbiamo motivi d’insoddisfazione personale e «partitica». Sotto il profilo personale: abbiamo accettato la candidatura pel partito italiano forse più coerente con la storia e la natura del Partito Popolare Europeo, l’Unione di Centro, ma certamente con una macchina elettorale non paragonabile a quella del Popolo delle Libertà, la maggiore forza nazionale aderente a quella confederazione partitica comunitaria; nel nostro collegio, l’Italia nord occidentale, siamo riusciti il primo in preferenze in Piemonte e Liguria ed il secondo in Lombardia, ma l’Unione di Centro vi ha ottenuto un solo seggio ed in Lombardia, avanti a noi, ha fatto il pieno Magdi Allam, un uomo di coraggio, vicedirettore del Corriere della Sera, che ha sfidato il fondamentalismo islamico, a rischio della vita, nel suo aspetto più duro: l’intolleranza per chi, adoprando la propria libertà religiosa, nato islamico decida d’abbracciare un’altra fede. Non occorre un eccesso di spirito sportivo per riconoscere il merito di chi ha guadagnato quel seggio, ed anche il valore del voto a quella personalità come scelta per una certa Europa. È passato tempo, nel progresso liberale, da quando Voltaire scrisse che l’Europa era quel luogo in cui gli ambasciatori erano sicuri d’essere rispettati; oggi gli ambasciatori vengono più o meno rispettati in tutto il mondo, e l’Europa vuole restare quel luogo in cui i cittadini sono liberi di scegliersi la fede che intendono abbracciare od anche di non abbracciarne alcuna. Conquista che è costata secoli d’inquisizione e guerre di religione. La nostra soddisfazione è anche «partitica», sebbene per educazione ed individuale spirito d’indipendenza non si sia uomo di parte. Nei fatti il successo del Partito Popolare Europeo, che si conferma il primo partito comunitario, in cui resta il retaggio federalistico dei Shumann, dei De Gasperi (colpi di Stato a parte, si sente dire in famiglia, ma nessuno è perfetto), degli Adenauer, degli Spaak, rappresenta una garanzia contro pericolosi sciovinismi nazionali, che purtroppo sono emersi, prepotenti, in alcuni Stati membri. Questo ultimo dato è l’unico che ci preoccupi e rattristi davvero. La sola nostra preoccupazione, infatti, è che in questa campagna elettorale non si sia riusciti a far passare a sufficienza il messaggio politico del quale ci sentiamo portatori, e cioè che l’Unione europea resterà un nulla politico fino a ché avrà una «borsa», il mercato interno e l’euro, ma non avrà una «spada», cioè una forza militare integrata in sé. Ciò contiene anche i germi d’una possibile disintegrazione di quanto in mezzo secolo s’è integrato. Luigi Einaudi, non solo un grande liberale ma un sabaudo di ferro, ammoniva che è la politica a guidare l’economia, e questa fu l’unica sua perplessità quando dovette firmare il Trattato istitutivo della Comunità europea del carbone e dell’acciaio, l’origine di tutto il processo d’integrazione economica. L’anima sta nella politica. Ha ragione il Capo del governo italiano quando afferma che il novanta per cento delle leggi che disciplinano la nostra vita, oggi, è fatta da regolamenti od in base a direttive comunitarie, ma sino a quando l’Unione europea resta una labile confederazione politica, fra Stati membri senza unità militare e divisi nell’azione diplomatica, la salda federazione economica che pur hanno saputo costruire tra loro non unisce i popoli sotto una bandiera che giustifichi sacrifici in tempo di crisi. Questo è il motivo degli insorgenti egoismi nazionali che rischiano di bloccare il processo federatore, come si vede con le difficoltà a strappare ad un’ormai isolata Irlanda meridionale la ratifica del Trattato di Lisbona.

Emanuele Filiberto

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