Archive for aprile 29th, 2009
Gli ‚Äúarchimandriti del socialismo‚Äù (intervento su L’Opinione 29 Aprile)
Author: Filippo
Carlo Marx ebbe parole di fuoco, nelle sue opere, verso quelli che definiva «gli slavi di Germania», per indicare i cechi, gli slovacchi, i polacchi, che, come gli sloveni ed i croati, rientravano nell’area geopolitica mitteleuropea. Questo rilevava, nel suo animo, un chiaro pregiudizio nazionale tedesco, giustificato, nella sua concezione, dal fatto che fissandosi sulle loro rivendicazioni nazionali, costoro avrebbero perso di vista la rivoluzione sociale. Naturalmente, a sua volta, era lui a perdere di vista la carica di liberazione che portava con sé quella rivendicazione nel secolo XIX, anche sotto il profilo sociale. Questa è tutta la radicale differenza che separa la nostra concezione liberale dalla sua e da quella del suo seguito, che il generale Giuseppe Garibaldi definiva gli «archimandriti del socialismo». Oggi, però, che le Nazioni d’Europa sono libere da dominazioni straniere, ma impotenti di fronte alle superpotenze globali, esse debbono difendere questa libertà, e possono farlo solo condividendo una Sovranità comune. È per questo che possono venire in mente le espressioni stizzite di Carlo Marx, quando in pratica tutta Europa vede con ansia i propri destini legati agli umori della popolazione ceca e del suo personale politico, dopo che la camera dei deputati di quel parlamento nazionale ha ratificato il Trattato di Lisbona ma manca ancora un voto del senato, che è slittato a maggio, ed il Capo dello Stato non fa mistero della propria contrarietà a promulgare la legge d’autorizzazione alla ratifica e d’attuazione del Trattato stesso. Certo, Praga ricorda ancora l’arrivo dei carri armati sovietici, giustificato dalla dottrina brezneviana della sovranità limitata. Tuttavia, proprio per questo, non solo la nostra diplomazia dovrebbe far pressione su quel governo, ma anche i partiti che s’impegnano per le elezioni europee dovrebbero far opera di chiarificazione presso i partiti cechi delle rispettive famiglie politiche per far capire la profonda differenza che intercorre fra l’imperialismo d’una potenza straniera e la messa in comune delle nostre libertà, per difenderle collettivamente. Questo è urgente non solo in quanto la felice conclusione dell’iter di ratifica ceco faciliterebbe il ripensamento degli irlandesi meridionali sul loro referendum contrario, che sta maturando, ma per rispondere a pericolose involuzioni nelle opinioni pubbliche d’altri Stati membri dell’Unione europea.
Irlanda meridionale e Repubblica Ceca, infatti, sono i due ultimi Stati membri a non avere ancora ratificato il Trattato di Lisbona, cosa già fatta da tutti gli altri. Però anche in uno di questi Stati membri che, per fortuna, ha già ratificato, l’Olanda, i sondaggi rimarcherebbero una marcia trionfale del cosiddetto «Partito della Libertà» di Geert Wilders. Il partito di Wilders fa del timore d’una islamizzazione dell’Europa il suo cavallo di battaglia, e vi oppone una chiusura nazionalistica in nome dei «valori olandesi». Quando, poi, traduce ciò in proposte politiche per le elezioni europee, questi sono i punti di Geert Wilders: opposizione all’adesione della Turchia all’Unione europea, cacciata da essa degli Stati membri dell’Europa centrale ed orientale di recente adesione, abolizione del Parlamento europeo, sostituzione della Commissione con un Commissario al mercato interno ed alla politica monetaria. Stiamo tranquilli, per quanti deputati riesca a mandare al Parlamento europeo questo partito, e se anche mai esso avesse il governo dell’Olanda, non riuscirebbe ad imporre all’Unione europea l’autoeliminazione. Ma questo farneticante disegno è pur indice d’un malessere. Anche noi siamo del parere d’essere cauti coll’ingresso della Turchia, non però per pregiudizi religiosi o razziali, ma in quanto stimiamo che l’Unione debba prima far entrare in vigore il Trattato di Lisbona, o comunque varare una politica estera e militare integrata, perché senza d’esse non può portarsi, con le sue frontiere, ai confini del Medio Oriente e del Caucaso e sopportare il relativo, inevitabile confronto geopolitico. Quanto alle istituzioni comunitarie, esse sono una sorta di sistema bicamerale supernazionale, con un organo di governo e d’iniziativa legislativa, la Commissione, una camera ad elezione popolare per controllare governo e produzione legislativa, il Parlamento europeo, ed una sorta di Senato federale degli Stati membri, il Consiglio di ministri. A latere la Banca Centrale Europea, organo autonomo per la politica monetaria e gli organi giurisdizionali, Corte di Giustizia, Tribunale di prima istanza e Tribunale della funzione pubblica. A cappello politico, quella sorta di dieta confederale per la politica generale, estera e di sicurezza comune che è il Consiglio europeo dei Capi di Stato e di Governo. Quel disegno, abolendo il Parlamento europeo, eliminerebbe qualunque organo di controllo democratico, col Commissario unico al mercato interno ed alla politica monetaria istituirebbe una sorta d’autocrate imperante sull’economia e la società dell’Unione, senza controllo, se non a livello intergovernativo. Si conosce benissimo con quanta distrazione i parlamenti nazionali s’occupino della politica comunitaria dei rispettivi governi. Insomma, lungi dall’avvicinare le scelte ai cittadini, le si celerebbero ancor di più ai governati. Vi è poco da fare, la democrazia esige, in Europa, una messa in comune ed una ricomposizione supernazionale della Sovranità. Gli sciovinismi, serpeggianti nelle società nazionali, celano sempre una matrice populista ed una vocazione autoritaria.
Emanuele Filiberto

