Archive for aprile 7th, 2009
Il vertice in occasione dei sessant’anni dell’Alleanza Atlantica è stato il debutto del 44° Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, in Europa, e v’è un elemento centrale, nelle sue posizioni, che è stato poco sottolineato: la nuova amministrazione nordamericana auspica un’integrazione militare dell’Unione europea, anche se, dovendo rispettare la sovranità degli europei, si limita a dire che il continente più esposto all’attacco del terrorismo internazionale dovrebbe «fare la sua parte» nella propria difesa. È, infatti, evidente che, nel momento del reingresso della Francia nel sistema integrato dell’alleanza, dell’adesione alla stessa di nuovi Stati aderenti europei, come la Croazia e l’Albania, della sempre maggiore partecipazione d’alleati in teatri quali quello afgano, quel che manca all’Europa per fare realmente la sua parte è d’esistere, in quanto tale, sulla scena mondiale, cioè dotare l’Unione europea d’una vera dimensione politica, dando alla stessa unità d’azione militare. Non è una posizione nuova per gli Stati Uniti d’America, se si pensa al sostegno dell’amministrazione d’oltre Atlantico dell’epoca alla istituzione, poi tramontata, d’una Comunità europea di difesa, ed all’idea kennediana di un’Alleanza atlantica fondata su due pilastri: la federazione nordamericana ed un’Europa unita con una propria realtà militare integrata. Quelle prospettive naufragarono di fronte allo sciovinismo locale dei singoli Stati membri dell’Europa comunitaria d’allora, che resistettero all’idea di condividere tra loro la sovranità militare, e l’allentarsi, in un primo tempo, della guerra fredda rispetto al rigore stalinista, che portò a considerare la cosa meno urgente, e poi il collasso del sistema sovietico, che illuse le prime amministrazioni nordamericane del ventunesimo secolo di poter essere l’unica superpotenza a dare ordine al mondo, l’avverarsi di quell’«Impero di libertà» previsto da Thomas Jefferson.
Le difficoltà di gestione della situazione in medio oriente, l’arduo rapporto con la Cina, regime comunista di mercato che non riconosce, nella sua prassi, nessuno dei diritti umani su cui l’occidente liberale ha costituito la sua libertà, ma che possiede riserve in dollari, partecipazioni al debito pubblico statunitense, ed a società nordamericane tali da tenere in ostaggio fette rilevanti di quell’economia, anche crisi a parte, ed altri elementi stanno convincendo, forse, la nuova amministrazione che avrebbe necessità ed urgenza d’un alleato di pari statura, che condividesse principî etico politici comuni, e questo potrebbe essere solo una Unione europea che accettasse d’esistere, unita, su piano militare e politico. È un’occasione che l’Europa non può perdere, e sulla quale si misurerà la consistenza, in termini di presenza di statisti, del suo personale politico. Infondo è a questo nodo che si lega anche la differenza di vedute fra il Presidente nordamericano, che vede nell’adesione della Turchia all’Unione europea un’indispensabile consolidamento dell’ancoraggio all’occidente del principale Stato con una maggioranza della popolazione mussulmana, ed il Presidente dei Francesi, Nicolas Sarkozy, il quale, rilevato ovviamente come ogni decisione spetti agli europei, non fa mistero della propria contrarietà. Infatti l’allargamento ad uno Stato che porterebbe il territorio dell’Unione europea nel cuore del medio oriente, a ridosso dell’Iran e del Caucaso, non è neppure pensabile senza che, prima, l’Unione europea abbia definito una propria dimensione militare e politica, vincolante per gli Stati membri, e che la Turchia sia tenuta, al momento dell’adesione, ad accettare ed a condividere. Solo così l’Unione europea avrebbe la possibilità di gestire l’ingresso in essa d’una realtà tanto rilevante e complessa. Invece l’ingresso dello Stato anatomico costantinopolitano in una Unione senza integrazione militare e politica, esporrebbe l’Unione europea stessa alla sua riduzione ad un del tutto superfluo doppione del Consiglio d’Europa.
Emanuele Filiberto

