Lo storiografo scozzese Niall Ferguson ricorda, nello stile dei suoi scritti, la lucidità degli illuministi della sua terra. Così come, coi saggi «Empire: How Britain Made the Modern World», del 2003, e «Colossus: The Rise And Fall of the American Empire» del 2004 ha tracciato, in modo impareggiabile, le similitudini e differenze fra la realtà dell’impero britannico d’un tempo ed il modello contemporaneo dell’interventismo internazionale nordamericano, quando s’è volto alla storia economica, con “The Crash Nexus: Money and Power in the Modern World”, del 2001, e “The Ascent of Money: A Financial History of the World”, del 2008, ha contestato che siano i soldi il vero motore del mondo, ed aveva messo in guardia il governo statunitense sull’eccessiva espansione del credito. “Il Foglio” del 7 marzo scorso ha pubblicato la traduzione italiana d’una pregnante intervista al Ferguson di Oliver Guez, nella quale, in buona sostanza, lo scozzese ricorda come John Maynard Keynes rimproverasse i politici d’esser schiavi degli economisti defunti, e questo valga anche per il personale politico attuale, che è schiavo anche dell’ormai purtroppo defunto John Maynard Keynes. Per Niall Ferguson, infatti, la crisi attuale, causata dagli eccessivi debiti delle famiglie dovuti ad una frenesia di consumo e, in Nord America, delle banche, è ben diversa dalle crisi del passato, determinate da eccessi o restrizioni di debito pubblico. Quindi di fronte ad essa sarebbe inefficace una ricetta anticiclica di tipo keynesiano, che manovra proprio il debito pubblico. Per gli Stati Uniti Ferguson consiglia di convertire i prestiti che hanno a garanzia immobili in nuovi prestiti, a tassi più bassi e scadenze più lontane, per salvare le famiglie da pignoramenti ed esecuzioni immobiliari; e per quanto attiene al sistema bancario, consiglia il governo di prendere il controllo degli istituti di credito in cambio d’una sostanziale ricapitalizzazione, ma solo dopo l’anticipo delle perdite, ottenuta l’accettazione dai proprietari dei bond d’un taglio di valore dei titoli, e la messa di fronte alle loro responsabilità degli azionisti delle banche.

Misure che, osserviamo noi, richiederebbero un ente di gestione, fatto da pochissimi dipendenti, scelti tra i migliori professionisti e ben remunerati, secondo la logica di Beneduce, e per il resto potrebbero anche essere prese in considerazione da Tremonti. Ma sull’Europa la sensibilità storiografica fa dire, nell’intervista, a Niall Ferguson: “Gli europei non dispongono di istituzioni adeguate per risolvere una crisi di queste dimensioni. Gli Stati Uniti hanno soltanto un dipartimento del Tesoro e la Banca federale. In Europa ogni Stato ha conservato il proprio ministero delle Finanze, la Banca centrale europea è responsabile della politica monetaria solo per una parte degli Stati membri, non esiste una politica fiscale coordinata su scala continentale: ogni Stato persegue le sue priorità e le sue strategie”. Insomma, occorrerebbe una riforma dell’Unione Europea che ne facesse una vera federazione supernazionale. Come sapete siamo d’accordo, l’abbiamo scritto da queste colonne ed altrove, ma abbiamo indicato anche un percorso, una “mappa” realistica: chiudere il processo di ratifica del trattato di Lisbona con la ratifica ceca ed un ripensamento sud irlandese, o avere il coraggio per andare avanti da sé, con tutti gli altri Stati membri che hanno già ratificato; dotare, per la crisi, la Commissione esecutiva d’un ente di gestione “alla Beneduce”; far coincidere l’Unione integrata con la zona dell’euro, perseguendo l’adesione ad essa degli Stati membri che con ne fanno parte; trasferire sempre più il “metodo comunitario” dall’integrazione economico sociale all’integrazione politica, cioè nella politica militare e nella politica estera. Il senso di quest’ultima proposta, mentre la Francia rientra nel sistema di comando integrato dell’Alleanza atlantica, non dovrebbe sfuggire alla mentalità d’uno storiografo dell’acutezza di Niall Ferguson.

Emanuele Filiberto

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