Archive for marzo, 2009

world-moneySe si segue con attenzione il dibattito politico nazionale di questo periodo, tra le forze politiche ed all’interno d’esse, in una stagione anche congressuale che ridisegna il quadro dei rapporti di forza, si resta sorpresi, almeno noi restiamo molto sorpresi, da un singolarissimo dato di fatto: siamo nel bel mezzo d’una crisi economica che è mondiale, il Fondo Monetario Internazionale rileva un calo del prodotto interno lordo mondiale per la prima volta da sessant’anni, -0,5% o 1,5%, e nell’Unione europea -3,2%; i migliori analisti sottolineano come l’Europa avrebbe bisogno di ancor più integrazione per uscirne, più Istituzioni europee e meno localismo degli Stati membri; tutte le volte che si manifesta una crisi internazionale, sia il Caucaso od il Medio Oriente, è evidente l’assenza dell’Europa per carenze istituzionali in termini di integrazione di politiche estere e militari: eppure il dibattito politico italiano è tutto domestico. Peraltro nessun’altra nazione più di questa s’è costituita con un disegno europeo. Sua maestà Vittorio Emanuele II, il conte Camillo Benso di Cavour, il generale Giuseppe Garibaldi, condottiero dalle ampie visioni politiche, lo stesso Giuseppe Mazzini, giocarono le loro carte sul tavolo dell’Europa: il Risorgimento fu tutto meno che una tombola in famiglia. Sullo stesso tavolo europeo ne giocarono la conclusione sua maestà Vittorio Emanuele III, Sidney Sonnino, Antonio Salandra e Vittorio Emanuele Orlando, anche Gabriele d’Annunzio fra il 1914, il 1915, Vittorio Veneto, Versailles e Fiume. La Seconda Guerra Mondiale è stata essenzialmente una tragedia europea. Se v’è un punto di grandezza nel personale politico che costruì la fase democratica del secondo dopoguerra è stato, ben oltre un generico europeismo, una visione decisamente federalista dell’avvenire d’Europa: in Luigi Einaudi, Gaetano Martino, Alcide De Gasperi, Altiero Spinelli ed altri. Eppure questa visione s’è come appannata nel dibattito politico odierno, malgrado la vicinanza ad una scadenza elettorale supernazionale, come l’elezione del Parlamento europeo. Insomma, partiti domestici che risolvono il problema con la scelta del gruppo parlamentare nel quale sedersi in quell’assemblea, qualche accenno vago ed impreciso nel programma, ma nella totale assenza dell’argomento dal dibattito.

Emanuele Filiberto

Lo storiografo scozzese Niall Ferguson ricorda, nello stile dei suoi scritti, la lucidità degli illuministi della sua terra. Così come, coi saggi «Empire: How Britain Made the Modern World», del 2003, e «Colossus: The Rise And Fall of the American Empire» del 2004 ha tracciato, in modo impareggiabile, le similitudini e differenze fra la realtà dell’impero britannico d’un tempo ed il modello contemporaneo dell’interventismo internazionale nordamericano, quando s’è volto alla storia economica, con “The Crash Nexus: Money and Power in the Modern World”, del 2001, e “The Ascent of Money: A Financial History of the World”, del 2008, ha contestato che siano i soldi il vero motore del mondo, ed aveva messo in guardia il governo statunitense sull’eccessiva espansione del credito. “Il Foglio” del 7 marzo scorso ha pubblicato la traduzione italiana d’una pregnante intervista al Ferguson di Oliver Guez, nella quale, in buona sostanza, lo scozzese ricorda come John Maynard Keynes rimproverasse i politici d’esser schiavi degli economisti defunti, e questo valga anche per il personale politico attuale, che è schiavo anche dell’ormai purtroppo defunto John Maynard Keynes. Per Niall Ferguson, infatti, la crisi attuale, causata dagli eccessivi debiti delle famiglie dovuti ad una frenesia di consumo e, in Nord America, delle banche, è ben diversa dalle crisi del passato, determinate da eccessi o restrizioni di debito pubblico. Quindi di fronte ad essa sarebbe inefficace una ricetta anticiclica di tipo keynesiano, che manovra proprio il debito pubblico. Per gli Stati Uniti Ferguson consiglia di convertire i prestiti che hanno a garanzia immobili in nuovi prestiti, a tassi più bassi e scadenze più lontane, per salvare le famiglie da pignoramenti ed esecuzioni immobiliari; e per quanto attiene al sistema bancario, consiglia il governo di prendere il controllo degli istituti di credito in cambio d’una sostanziale ricapitalizzazione, ma solo dopo l’anticipo delle perdite, ottenuta l’accettazione dai proprietari dei bond d’un taglio di valore dei titoli, e la messa di fronte alle loro responsabilità degli azionisti delle banche.

Misure che, osserviamo noi, richiederebbero un ente di gestione, fatto da pochissimi dipendenti, scelti tra i migliori professionisti e ben remunerati, secondo la logica di Beneduce, e per il resto potrebbero anche essere prese in considerazione da Tremonti. Ma sull’Europa la sensibilità storiografica fa dire, nell’intervista, a Niall Ferguson: “Gli europei non dispongono di istituzioni adeguate per risolvere una crisi di queste dimensioni. Gli Stati Uniti hanno soltanto un dipartimento del Tesoro e la Banca federale. In Europa ogni Stato ha conservato il proprio ministero delle Finanze, la Banca centrale europea è responsabile della politica monetaria solo per una parte degli Stati membri, non esiste una politica fiscale coordinata su scala continentale: ogni Stato persegue le sue priorità e le sue strategie”. Insomma, occorrerebbe una riforma dell’Unione Europea che ne facesse una vera federazione supernazionale. Come sapete siamo d’accordo, l’abbiamo scritto da queste colonne ed altrove, ma abbiamo indicato anche un percorso, una “mappa” realistica: chiudere il processo di ratifica del trattato di Lisbona con la ratifica ceca ed un ripensamento sud irlandese, o avere il coraggio per andare avanti da sé, con tutti gli altri Stati membri che hanno già ratificato; dotare, per la crisi, la Commissione esecutiva d’un ente di gestione “alla Beneduce”; far coincidere l’Unione integrata con la zona dell’euro, perseguendo l’adesione ad essa degli Stati membri che con ne fanno parte; trasferire sempre più il “metodo comunitario” dall’integrazione economico sociale all’integrazione politica, cioè nella politica militare e nella politica estera. Il senso di quest’ultima proposta, mentre la Francia rientra nel sistema di comando integrato dell’Alleanza atlantica, non dovrebbe sfuggire alla mentalità d’uno storiografo dell’acutezza di Niall Ferguson.

Emanuele Filiberto

Il Consiglio europeo informale, si è svolto attorno ad una tavola imbandita, dello scorso fine settimana, ed i commenti successivi, sembrano entrambi alquanto singolari. I capi di Stato e di governo non sono stati in grado d’approntare nessun intervento globale a sostegno dei nuovi Stati membri dell’Europa centrale ed orientale, occorrerà vagliare le situazioni ed intervenire caso per caso, s’è detto, però l’esito è stato un successo. Sembra l’inverso della constatazione della classica morte ad operazione riuscita: in questo caso l’operazione è fallita ma il malato, cioè l’Europa, pur nella crisi economica planetaria, pare stare bene, se non benissimo. Ciò è possibile, se si analizzano i risultati, perché alla pochezza dei cosiddetti «leaders» attuali, i quali tutto potrebbero essere definiti meno «guide», ha fatto riscontro l’eco della grandezza dei costruttori dell’integrazione comunitaria, i Jean Monnet, i Konrad Adenauer, i Gaetano Martino. L’Unione Europea, infatti, va avanti nonostante le indecisioni e le omissioni odierne, in quanto gli Stati membri si rendono conto, ogni giorno di più, che l’unica ancora di salvezza, per le loro economie, è costituita da quel marcato interno, quella libera circolazione di beni, persone, servizî e capitali, quelle politiche comuni, cioè quelle competenze trasferite alle istituzioni comunitarie, che i padri fondatori, ispirati al modello dell’economia sociale di mercato, hanno voluto. Anche i nuovi Stati membri dell’Europa centrale ed orientale, per lungo tempo diffidenti dei trasferimenti ad una sovranità comune e condivisa che il metodo comunitario comporta, per il ricordo di quella sovranità limitata comunista che è stata tutt’altra storia, stanno adesso, gradatamente, apprezzando la differenza, e si stanno rendendo conto di cosa, quando la crisi morde, quell’ancoraggio comune rappresenti. Questa è la grande vittoria del metodo comunitario nell’Unione Europea, oggi. La nostra proposta e scommessa, per il futuro, è applicare questo metodo anche alla politica, alla difesa, alla presenza dell’Europa nel mondo. Ma occorrerebbero uomini all’altezza dei Jean Monnet, dei Konrad Adenauer, dei Gaetano Martino. Anche i capi di Stato e di governo attuali vanno bene, basta che ritrovino, nella crisi, il gusto di osare.

Emanuele Filiberto