Archive for gennaio, 2009

La politica estera turca del governo Erdogan, di cui ci ha dato conto Gabriele Cazzulini sul numero (L’Opinione, 20 Gennaio 2009), potrebbe definirsi “neo ottomana” e “califfale” nei confronti degli Stati musulmani in Medio Oriente e dell’Iran, mentre prosegue la marcia “kemalista” in direzione dell’Europa laica, per quanto attiene ai negoziati per l’ingresso nell’Unione Europea. La cosa pone all’Unione europea stessa un’evidente scelta. Non è possibile pensare la Turchia Stato membro dell’Unione Europea non solo se non dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, ma anche dopo l’avvio, in base alle disposizioni di Lisbona, d’una politica estera istituzionale dell’Unione Europea, con una struttura militare comune. Si ricordi, per quanto attiene al Trattato di Lisbona, che la Repubblica Ceca, attuale presidente di turno del Consiglio Europeo dei capi di Stato e di governo, dovrebbe ratificarlo nei prossimi mesi, e che il governo irlandese s’è impegnato ad organizzare su d’esso, in cambio di precise garanzie dai partner europei, un nuovo referendum entro il novembre del 2009, mentre gli altri 23 Stati membri hanno già lo hanno ratificato. Infatti sono evidenti le difformità, dopo lo scoppio della crisi di Gaza, fra la politica turca e quella, in genere, degli Stati membri dell’Unione Europea, ma al momento quest’ultima non costituisce una “politica estera dell’Unione”, se non come risultante di quelle nazionali. Dal sorgere della cooperazione in materia, in seno al Consiglio Europeo, tale è stato il limite, allora, ben evidente nella tragedia delle pulizie etniche balcaniche degli anni novanta del Novecento.

L’ingresso d’una Turchia “kemalista” verso l’Europa e “neo ottomana” verso il mondo islamico rigetterebbe l’Unione europea nelle incertezze d’indirizzo di quel decennio di fine secolo, e riprodurrebbe un’Europa in completo stallo diplomatico. Ciò non accadrebbe se le Istituzioni supernazionali dell’Unione europea, in base ad un vigente Trattato di Lisbona, fossero in grado di determinare una politica estera istituzionalmente unitaria, sorretta da un meccanismo d’intervento militare comune, al cui indirizzo la Turchia partecipasse come uno degli Stati membri, per adeguarvisi in sede esecutiva. I modi di partecipazione della Turchia ai meccanismi dell’Alleanza Atlantica hanno dimostrato a sufficienza l’affidabilità del personale militare ed in genere dell’amministrazione; la conoscenza, da parte del suo personale politico, non solo del terreno, ma soprattutto della storia e dello spirito delle società mediorientali ed islamica, più in genere, possono essere il valore aggiunto della partecipazione turca alle istituzioni dell’Unione Europea, ma solo se queste esprimessero istituzionalmente una politica unitaria, e non una mera risultante di politiche nazionali. Questo occorre avere, prima dell’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. Invertire le fasi del processo vorrebbe dire porre a rischio tutta la prospettiva dell’integrazione politica.

Emanuele Filiberto