immagine-48 Posso chiamarla Principe? «Assolutamente no, preferisco Emanuele». E sia, Emanuele Filiberto, un volto che il pubblico televisivo ha imparato a conoscere molto bene, sarà sul palco dell’Ariston, in veste di cantante, in gara, in un singolare trio con Pupo e il tenore Luca Canonici.

Ammetterà che la notizia è sorprendente. Vedere il nome di un erede Savoia nella lista dei cantanti in gara un certo effetto lo fa. Come è potuto succedere?
«Per amicizia. Vede, con Pupo lavoro da un mese e mezzo, stiamo preparando il programma I raccomandati che inizierà a gennaio. A Roma ci sentiamo un po’ estranei, nel senso che non abitiamo qui e allora ci troviamo nei ristoranti a parlare di tutto. Un giorno sono arrivato con una poesia sull’amore che ho per l’Italia, come credo succeda a molti giovani. Mi è venuta una sera che guardavo il telegiornale e pensavo: ma questa gente non ama il suo paese? Pensi, succede a uno come me che è stato fuori per trentadue anni. Insomma l’ho fatta leggere a Pupo e lui aveva quasi le lacrime agli occhi. Dopo una settimana mi ha detto: ti ho fatto una sorpresa, ha preso la chitarra e mi ha fatto sentire la mia poesia, con una magnifica melodia».

Poi dice che uno non deve chiamarla Principe. Come nelle favole, si arriva a Sanremo…
«Diciamo che la cosa è nata, non dico come un gioco, ma sicuramente senza pensare a questa partecipazione. Pupo mi disse: che ne dici se la presentiamo. Io ridevo, e invece è piaciuta».

Secondo alcune voci il testo farebbe riferimento alla monarchia. È vero?
«Ci mancherebbe altro, assolutamente no. Come le dicevo è una lettera d’amore rivolta all’Italia».

Non si sente un intruso, su un palco dove di solito vanno i cantanti di professione?
«Innanzitutto ringrazio quelli che mi hanno invitato, ma io vado con un artista che canta da 35 anni. E poi questa canzone si canta col cuore. Vede, io ho sempre vissuto con la musica. Ho avuto la grande fortuna, vivendo in Svizzera, di avere il festival di Montreux, ho passato settimane intere dietro le quinte, ho conosciuto Van Morrison, Prince, di molti sono diventato amico. Molti anni fa sull’isola di Cavallo venne a trovarmi Marianne Faithfull con una donna bellissima che si chiama Kate Moss, di cui m’innamorai perdutamente. Marianne aveva una bellissima melodia e scrivemmo insieme un testo. Da ragazzo stavo in un gruppo che si chiamava gli Aristorock, e la copertina del disco ce la disegnò David Bowie, ho suonato la batteria, il mio sogno, se avessi avuto il talento necessario, era fare il cantante».

E il sogno si avvera, ma scusi, con tutti questi amori per musicisti così importanti, se è vero che ama Dylan e Tom Waits, non le sembra strano cantare con Pupo?
«Ma no, sono tutti bei mondi, anche se diversi. Quello che ha fatto Pupo con questa canzone è magnifico. Non amo giudicare le persone fino a quando non le conosco. Pupo è un grande protettore, è generoso e mi aiuta molto a imparare il mestiere di entertainer».

E in famiglia, come l’hanno presa?
«I miei genitori sono sorpresi. Non ho fatto ascoltare il brano, voglio vedere la reazione al momento, ma sono contenti. Mia moglie invece, che in genere è molto critica, è la prima persona a cui ho fatto sentire la canzone e stranamente le è piaciuta».

Non ha paura di fare una figuraccia su un palco che terrorizza anche cantanti più esperti?

«Certo che ho paura, comunque sia da due mesi sto prendendo lezioni di canto a Parigi, a casa provo di continuo e un giorno ho sorpreso mia figlia a cantare. Mi sembra un buon segno. O no?».

di Gino Castaldo per Repubblica

Emanuele Filiberto presenta il libro C’era una volta un Principe:

PERUGIA: venerdì 30 ottobre 2009 dalle ore 17.30
Sala Cerimonie del Complesso Monumentale Santa Giuliana

MURISENGO: domenica 15 novembre 2009 dalle ore 11.00
Fiera del Tartufo, Piazza della Vittoria

MILANO: giovedì 19 novembre 2009 dalle ore 18.30
Libreria Mondadori Multicenter, Piazza Duomo

CASINALBO DI FORMIGINE (MO) giovedì 26 novembre 2009 dalle ore 21.30
Club La Meridiana, via Fiori 23

TORINO: venerdì 27 novembre dalle ore 17.00
Auditorium Biblioteca Nazionale Universitaria Torino

CATANIA: sabato 19 dicembre
(evento in fase organizzativa)

- il calendario è in continuo aggiornamento -

C’era una volta un principe è l’appassionante autobiografia scritta da Emanuele Filiberto di Savoia dove narra gli episodi più divertenti e significativi della sua vita di principe. Attraverso queste pagine schiette e dirette l’autore racconta la sua storia d’amore con la moglie Clotilde, da cui ha avuto due splendide figlie, il forte legame con l’Italia, paese sempre visto da lontano a causa dell’esilio; l’affetto per i genitori e per i nonni ultimi Re e Regina d’Italia e per tutte le altre persone che hanno reso normale la vita di un ragazzo nato sotto una stella un po’ speciale.

C’era una volta un principe pesca anche in ricordi curiosi e inediti: baci appassionati dietro le tende di Buckingham Palace e lunghe file al supermercato; cerimonie di sangue blu nelle corti europee e la zappa nell’orto della casa di Umbertide, fino alla partecipazione vincente al programma televisivo “Ballando sotto le stelle 2009” e alla candidatura per il Parlamento Europeo.

C’era una volta un principe descrive la parabola di Emauele Filiberto, il principe che ha trovato la forza per rimettersi in gioco e per conquistarsi una nuova normalità.

HERITAGE ITALIANO-PRINCIPE D’ITALIA collezione Primavera Estate 2010

La terza edizione della collezione voluta, ed ispirata, da Emanuele Filiberto di Savoia è  disegnata da Filippo Bruno di Tornaforte e prodotta da U.Emme.P.

Per la prossima Primavera Estate, grazie ai successi della linea uomo nelle stagioni precedenti, la nuova Collezione propone per la prima volta una Woman Limited Edition dalla distribuzione attenta e mirata.

L’area ROYAL CLUBS - uomo e donna - della Collezione Principe d’Italia è ispirata agli indimenticabili club sportivi Reali che accoglievano l’aristocrazia e l’imprenditoria italiana fino agli anni ‘50. Informalità, eleganza italiana, passione agonistica e spirito di condivisione sono i tratti comuni alla nuova collezione e agli storici club. Le Polo, le felpe e i pantaloni dai tessuti ricercati riportano lo stemma con l’aquila della Regia Marina, lo scudo della Reale Cavalleria di Pinerolo e i blasoni degli storici circoli canottieri di Roma, Venezia, Torino e Genova. Ogni capo ha piacevoli contrarti di colori dalle nuance grigie, blu Savoia, rosso cardinale, bianco e blu navy.

L’area di collezione, oltre a riunire idealmente l’Italia, propone alcuni capi con gli stemmi delle ex colonie, ricamati tono su tono, con tessuti dai colori arancio, blu e argento.

L’area ROYAL VINTAGE - solo uomo - della Collezione Principe d’Italia è chic e ricercata, dedicata ad un pubblico più raffinato e selettivo. I tratti distintivi sono raffinatezza, eleganza, comodità tipiche dell’upper class italiana degli anni ‘30 del Novecento. La selezione Royal Vintage propone stampe dal sapore antico, rinascimentale e dai ricordi unitari, con effigi di vecchie banconote e decreti reali, grafismi  accurati riportati su lini e cotoni morbidi e freschi. La camiceria è chiaramente ispirata alle divise della Regia Aeronautica, le  maglie ed i pantaloni si rifanno invece alla Regia Marina. Grigio, azzurro,  rosa e bianco i colori utilizzati.

I tessuti della collezione sono Oxford e popeline per la camiceria, piquet stretch e jersey per polo e felpe, cotone classico per la maglieria. I ricami sono realizzati in lurex, cotone e seta.

L’area BASIC - uomo e donna - declinata in moltissimi colori, propone delle polo dalla vestibilitá attentamente elaborata, con ricamato sul cuore il nodo d’amore arricchito dal tricolore italiano e lo stemma con corona della Reale Casa d’Italia.

La terza nouvelle-vague Principe d’Italia è un concentrato di italianitá, nella produzione, nella scelta dei tessuti e nell’ispirazione: un vanto nazionale che da questa collezione sará esportato in Europa e USA.

info per la stampa press@studiopuggina.it

Estratto dell’intervista apparsa su Il Secolo XIX del 7 ottobre 2009 di Debora Badinelli

EMANUELE FILIBERTO di Savoia interviene sul 150° anniversario dell’Unità d’Italia. A pochi mesi dalla  visita che, in occasione della campagna elettorale per le elezioni europee, l’erede di Casa Savoia fece a Chiavari, accetta di entrare nel dibattito aperto dallo storico locale Giorgio “Getto” Viarengo che ha invitato il Levante a riscoprire le proprie radici risorgimentali e a far parte del comitato nazionale per i festeggiamenti del 2011, anniversario della nascita del Paese unito.

Emanuele Filiberto si sofferma sulla figura di Vittorio Emanuele II, che a Chiavari è ricordato con un monumento in piazza Nostra Signora dell’Orto, ma parla anche di politica.

Vive l’attesa del 150° anniversario dell’Unità d’Italia?

“Per Casa Savoia è un evento molto sentito, e siamo molto preoccupati per come le Istituzioni stanno gestendo questo anniversario così importante per tutti gli Italiani. Sa, nel celebrare l’Unità d’Italia si celebrano i nostri Valori, quelli per cui siamo considerati un grande popolo ed un Paese unico al mondo. Non farlo degnamente sarebbe assurdo! Oltretutto sarebbe una grande opportunità di marketing territoriale per rilanciare il Turismo con appositi eventi sparsi per il territorio, altro che spendere miliardi per  ”grandi opere” con la scusa dell’anniversario!”

Casa Savoia darà un contributo (culturale-storico) al comitato nazionale per le celebrazioni?

“Abbiamo realizzato una mostra itinerante “Casa Savoia, storia di una famiglia italiana” in cui per la prima volta dal 1933 vengono esposti i cimeli di Casa Savoia in un percorso che da Re Umberto II e Maria Josè ci porta fino al Risorgimento e al Padre della Patria Re Vittorio Emanuele II. La prima tappa è stata Cortina d’Ampezzo e ha riscosso un enorme successo di visitatori. Per l’inverno sarà a Milano, poi a Padova, Trieste, Torino, Palermo, Roma. Stiamo anche trattando con Genova; sarebbe un vero peccato non coinvolgere la Liguria, è una regione tanto amata da Casa Savoia, basti pensare che proprio qui la Regina Margherita volle trascorrere gran parte della sua vecchiaia.”

Vittorio Emanuele II fu il primo sovrano del Paese unito. Che cosa le hanno raccontato i genitori e la famiglia del suo antenato? Con quali ideali affrontò il Risorgimento e il processo dell’Unità?

“Re Vittorio Emanuele II è, insieme al Duca Emanuele Filiberto, l’avo che ammiro di più. In lui si sono concentrati il senso dello Stato, la visione prospettica del futuro, l’acume politico e soprattutto una grande umanità e semplicità. Ancora oggi nelle valli del Piemonte e della Valle d’Aosta, in cui il Re andava spesso per ritrovare la sua dimensione privata, le persone si ricordano di questo Sovrano. Semplice, spesso ruvido, vestito di abiti di montagna, intento a cacciare o a mangiare in compagnia dei valligiani. Credo che Re Vittorio Emanuele II abbia saputo comprendere che la spinta Risorgimentale doveva essere guidata e incanalata. Senza la sua guida l’Italia sarebbe ancora divisa. Ha compreso che l’Ideale Risorgimentale era qualcosa che veniva condiviso da tutti per la voglia di riscatto del popolo italiano. Ha anche capito che la forza dell’Italia Unita stava nell’essere una Patria di molte piccola Patrie. I problemi che viviamo oggi con le lotte tra Nord e Sud non ci sarebbero mai state con il decentramento voluto da Casa Savoia per il neonato Regno.”

Se dovesse spiegare alle sue figlie il significato del Risorgimento come lo descriverebbe? Cercando di trasmettere loro quali valori?

“E’ il momento culminante dei Valori della Patria. E’ la massima espressione delle tradizioni millenarie del popolo italico, il punto in cui si è concentrata la volontà e la forza per rendere finalmente Unita la culla delle Arti e della Cultura che tutto il mondo ha sempre riconosciuto alla Penisola Italica Divisa e che nel 1861 diventava finalmente non più “un’espressione geografica” ma uno Stato forte ed unito tanto da arrivare ad essere Grande Potenza già nel 1888. Sono i Valori del Risorgimento quelli che con cui sono cresiuto e che trasmetto a Vittoria e Luisa: il rispetto, la famiglia, le nostre radici Cristiane, il senso dello Stato.”

Ci sono ideali, insegnamenti di Vittorio Emanuele II validi ancora oggi?

“Credo che il più grande insegnamento di Re Vittorio Emanuele II sia di essere semplicemente autentici. Rispettosi delle tradizioni e dei Valori senza scordare che siamo umani e che per questo possiamo sbagliare. Un Re deve essere l’espressione dello Stato e lo Stato è composto per lo più da cittadini comuni, quelli che ogni giorno lavorano con fatica per la propria famiglia e per i figli. Re Vittorio Emanuele II ha incarnato con un secolo d’anticipo  il tipo di Sovrano che troviamo oggi nelle moderne monarchie europee. Vicino al suo popolo, unito al suo popolo.”

Il dibattito politico ripropone piuttosto spesso il dibattito sull’unità del Paese. Qual è la sua opinione?

“Ci sono forze potenti in Italia che vogliono scardinarne l’Unità. In primis la Lega. C’è la volontà di distruggere ciò che si è creato con fatica e sacrificio. Non comprendono che se l’Italia fosse divisa verrebbe spazzata via dallo scenario politico mondiale, si ridurrebbe ad un ammasso di piccoli stati insignificanti nello scacchiere internazionale con ripercussioni gravissime per la vita di tutti i nostri cittadini. L’Italia ha certamente bisogno di una profonda riforma nella gestione delle risorse. Non è accettabile che solo poche regioni del Nord sostengano l’intera economia del Paese. Questo però è accaduto a causa dell’abrogazione del Regio Decreto sul Decentramento avvenuta nel 1971. Quel decreto era l’essenza del vero federalismo fiscale. Ogni comune e provincia d’Italia si tratteneva la maggioranza degli introiti fiscali e ne mandava a Roma solo una piccola parte. Dopo il 1971 tutto è cambiato e siamo agli attuali estremi. Come vede la Lega dice parecchie bugie. Con Casa Savoia il federalismo fiscale c’era già”

Avrei partecipato con vero piacere alla Settimana Liturgica Nazionale che si svolge in questi giorni a Barletta. La Diocesi retta da S.E. Mons. Giovan Battista Picchierri mi è particolarmente cara ed ho già avuto modo di visitarla lo scorso anno. L’occasione di concentrare in una settimana di preghiera, di studio e di approfondimento le ragioni della nostra appartenenza alla comunità Cattolica è di grande importanza.

Le parole che il Santo Padre, S.S. Papa Benedetto XVI, ha rivolto ai partecipanti alla Settimana Liturgica ci fanno riflettere sulla necessità di ritrovare il senso della nostra vita di cristiani e di cattolici con la riconciliazione con Dio e con i nostri fratelli. In un momento storico tanto travagliato, in cui il consumismo da un lato e la crisi economica e sociale dall’altro, tendono a rendere la percezione delle proprie priorità molto distanti dai dettami del nostro Credo, risulta quanto mai necessario fermarsi a riflettere sul vero senso della nostra vita.

Auspico quindi che questa occasione di preghiera, in cui l’attenzione dei media è particolarmente alta, si possa far emergere chiaramente la necessità di un cambio di rotta nell’educazione spirituale, scolastica e famigliare dei nostri figli. Un cambiamento che ci riporti ad un maggiore senso della misura in cui il rispetto per i nostri Valori secolari ritorni ad essere alla base della nostra vita quotidiana.

Porgo a S.E. Mons. Giovan Battista Picchierri, a S.E. Mons. Felice Di Molfetta, e a tutti gli organizzatori e partecipanti il mio saluto più sincero unitamente al ringraziamento per il loro incessante impegno nel nome di Nostro Signore, nella speranza di poter essere d’aiuto nella difesa dei nostri Valori Cristiani.

Emanuele Filiberto di Savoia

Estratto dell’intervista apparsa su Libero del 23 Agosto 2009 di Annamaria Piacentini

Principe, Casa Savoia realizzato l’Unità d’Italia ponendosi a capo del Risorgimento nazionale arrivando nel 1861 alla proclamazione del Regno d’Italia con Re Vittorio Emanuele II. Cosa prova nel vedere la bagarre degli ultimi giorni relativa al 150° Anniversario dell’Unità d’Italia che si celebrerà nel 2011?

Vuole la verità? Sono sbalordito! E’ inaccettabile che la Lega continui con questa dialettica arrogante e violenta contro i simboli dell’Unità Nazionale. Bossi, Calderoli, Gobbo, Stiffoni stanno quotidianamente gettando fango: prima sul Tricolore, poi sulla lingua italiana, sull’inno di Mameli, e adesso anche sui festeggiamenti del 2011. Devo dire che ho molto apprezzato gli interventi in difesa delle celebrazioni espressi dal Presidente Napolitano, dal Ministro La Russa e dal Presidente Fini.

Da dove nasce secondo Lei tutta questa acrimonia verso la Patria Unita?

Vede, dopo il 1946 si è voluto demonizzare Casa Savoia in tutti i modi, facendolo non ci si è resi conto che si stavano pian piano minando le fondamenta stesse dell’Italia. C’è stato un processo di “deculturizzazione nazionale” sui temi Risorgimentali e dei Valori della Patria. Ecco il risultato: l’Italia alle soglie del 2011 è spezzata a metà: al Nord con la Lega e al Sud con il Partito del Sud. Invece di insegnare il dialetto dovremmo ritornare a studiare i Valori dell’Unità d’Italia che sono il nostro punto di forza a livello internazionale. Un Paese Unico con tante tradizioni regionali e culturali che ne fanno un mosaico irripetibile e meraviglioso!

Sia la Lega Nord che l’MPA continuano a dire che l’Unità d’Italia fu un processo forzato e che ha portato all’indebolimento delle regioni a favore del centralismo. E’ così?

Forse Bossi e Lombardo non ricordano la fortissima spinta unitaria del Risorgimento. Quasi tutti gli stati preunitari erano sottoposti a dominazioni straniere e tutti erano privi di potere nello scacchiere internazionale. Già dopo trent’anni dall’Unificazione l’Italia era considerata una delle grandi potenze mondiali. Il suo sviluppo fu tre volte quello degli altri paesi europei e questo grazie al fatto che tutti lavoravano per un ideale comune con dei Valori forti e chiari.

Però è vero che le regioni settentrionali hanno per troppi anni sostenuto gli sprechi a scapito del loro sviluppo.

Ma questo non è un problema sorto durante il Regno d’Italia che era all’avanguardia con il sistema del Decentramento Locale. Le cose sono cambiate nel 1974, in piena repubblica, con la soppressione del Regio Decreto che sanciva il «Testo unico per la finanza locale» con cui si lasciava a Comuni e Province l’autonomia impositiva cardine di un effettivo decentramento. In pratica, grazie al buonsenso di Casa Savoia fino al 1974 Comuni e Province gestivano autonomamente gran parte del gettito fiscale trattenendone la maggior parte per le necessità di gestione del territorio.

Ritiene vi sia un secondo fine rispetto alle posizioni sempre più polemiche della Lega Nord?

Ne sono certo. La Lega Nord punta alla secessione. Nel 2010 si terranno le elezioni regionali in quasi tutte le Regioni del Nord, se la Lega riuscirà ad imporsi su Berlusconi potrebbe facilmente raggiungere il controllo del Nord Italia con conseguenze estreme sia per il Governo sia per l’Italia tutta.

A suo avviso come dovrebbero essere celebrati i 150 Anni dall’Unità d’Italia?

Ieri il direttore Belpietro ha centrato il punto. Non possiamo pensare che le azioni per celebrare questo anniversario si traducano in un investimento nella creazione di infrastrutture in giro per il Paese in un momento in cui ci sono cose più urgenti come la ricostruzione in Abruzzo. Dovrebbe invece esserci un vero calendario di eventi di richiamo mondiale. Pensi a quello che hanno organizzato in Gran Bretagna con il Giubileo D’oro della Regina Elisabetta. Un intero anno di eventi straordinari, pacchetti turistici, musei e mostre dedicate all’avvenimento. Tutte cose che, oltre ad aver ancor più coeso i Britannici, hanno permesso un fortissimo incremento del turismo e del commercio. I politici non hanno capito che questo Anniversario è un’opportunità unica di rilancio dell’immagine italiana a livello mondiale!

Prima di salutarla vorrei farle una domanda provocatoria, lei fa parte del Comitato per le Celebrazioni?

Casa Savoia è stata esclusa da queste celebrazioni. Nonostante questo abbiamo realizzato un’importante mostra itinerante dedicata proprio all’Unità d’Italia e a Casa Savoia. E’ stata inaugurata a Cortina d’Ampezzo a Luglio ed è un grandissimo successo, sarà nelle maggiori città per giungere a Roma nel 2011. A leggere i commenti dei visitatori nel registro della Mostra c’è da chiedersi se Bossi e Lombardo vivano in Italia o in un altro Paese. Sono tutti commenti carichi di amor di Patria, quell’amore che purtroppo molti politici non conoscono! Vorrei anche sollecitare il Governo a consentire la tumulazione al Pantheon dei Re e delle Regine d’Italia ancora sepolti all’estero. Sarebbe un bel modo affinchè nel 2011 si ricomponga anche questa frattura.

In queste ultime settimane si sono susseguite continue discussioni sulle imminenti cerimonie per il 150° Anniversario dell’Unità d’Italia. Apprezzo le parole del Capo dello Stato Giorgio Napolitano che ha spronato il Governo a definire le iniziative realitive a questo anniversario. Desidero esprimere il mio più vivo rammarico per i continui e gratuiti attacchi ai Simboli dell’Unità d’Italia da parte della Lega Nord, attacchi effettuati con una dialettica intrisa di retorica propagandistica, arrogante e sterile. Forse alla Lega non ha ancora compreso che se l’Italia è una delle prime potenze mondiali lo deve soprattutto al fatto che è Unita. Forte delle tradizioni e dei Valori di ogni singola regione che la compone.
Le proposte del Ministro Bossi sui temi relativi al Tricolore, al dialetto e all’Inno Nazionale sono inaccettabili. Il Tricolore è sacro e va non solo rispettato ma amato perché in tanti hanno combattuto e perso la vita in difesa di ogni cittadino di questa Patria. In merito al dialetto credo sarebbe più utile un’ora di lezione sulle tradizioni locali e magari anche un maggiore spazio dedicato all’educazione civica.
La Lega non fa altro che intercettare il malcontento di molti cittadini del Settentrione d’Italia. Malcontento che non è certo odio verso le altre regioni.

E’ quindi impellente dare risposte serie verso le esigenze sempre più pressanti dei cittadini in tema di equità sociale, di sviluppo delle infrastrutture e di rispetto delle tradizioni. Esigenze evidentemente più sentite dalle regioni del settentrione.

Queste domande, che troveranno risposte nelle riforme che spero il Governo voglia attuare, non possono essere pretesti per attaccare l’Unità d’Italia che è un bene di tutti i cittadini.

Ritengo che i festeggiamenti per l’Unità d’Italia siano un’occasione anche per tutte le regioni d’Italia, in modo particolare per quelle che ebbero un ruolo di protagonista nel Risorgimento. Dobbiamo vedere nell’appuntamento del 2011 un’opportunità di sviluppo e di crescita del Sistema Italia che potrebbe utilizzare il 150° Anniversario dell’Unità Nazionale come elemento di marketing per attrarre nel Paese nuovi flussi turistici e commerciali.
Soprattutto sarà un’imperdibile occasione per rinnovare i Valori della nostra Italia partendo dalle tradizioni locali e per lanciare un nuovo Risorgimento in cui si avvii finalmente una serie campagna di riforme dove i diritti dei cittadini, essi siano veneti, lombardi, toscani o pugliesi, vengano tutelati dal punto di vista delle risorse, nei risvolti umani e culturali e nel rispetto, non solo delle regioni, ma anche dei comuni.

Emanuele Filiberto di Savoia

Approfondimento

Su “L’Espresso” della settimana scorsa, Giorgio Bocca, nella sua rubrica dal significativo nome de’ “l’antitaliano”, commenta la decisione, presa nell’ultimo vertice delle otto super e medie potenze della Terra fra i Capi dello Stato degli Stati Uniti dell’America settentrionale e della Federazione Russa, di demolire milleseicento missili intercontinentali a testata, “come dire una quantità sufficiente a distruggere la vita sul pianeta Terra più volte”. Ciò perché anche quegli arnesi fanno la ruggine, ed andrebbero sostituiti “con una spesa che nemmeno le grandi potenze possono scatenare”. Nonostante ciò, beninteso, le stesse superpotenze manterranno, “a costi astronomici, altre migliaia di missili pronti al lancio”. “L’antitaliano”, quindi, si dilunga in una serie di considerazioni che anche il nostro Orgoglio d’Italiano è costretto a condividere, perché si tratta di una serie di banali ed ovvî luoghi comuni, infilati in una collana più lunga dei fili delle leggendarie perle della Regina Margherita. Tra l’altro, però, Giorgio Bocca si lascia andare, in questa giaculatoria pacifista, anche alla seguente affermazione: “Si è capito che il fallimento economico è l’unico freno alla follia degli scienziati e dei generali”. Gli “scienziati” sono solo intelligenti curiosi del mondo fisico, che dal ripetersi regolare dei fenomeni ne ricavano leggi suscettibili di diverse applicazioni tecniche, e prescinde da loro se, poi, gli uomini le utilizzano per farsi del male, come mostra la lunga storia che và dalla lavorazione dell’osso e della pietra alla scissione dell’atomo ed oltre. Gli ufficiali, sottufficiali e soldati delle forze armate, e tra essi i “generali”, sono dei tecnici che hanno la missione di difendere il territorio, le popolazioni e le istituzioni del loro Stato, e gli interessi di questi nel mondo, ed in tale compito hanno il dovere di segnalare se Stati od alleanze potenzialmente nemiche siano meglio armate, e di cosa le loro forze avrebbero bisogno per porre in essere una sufficiente risposta, anche in meri termini di dissuasione, ai disegni ostili. Le scelte non sono né degli scienziati né dei “generali”, ma del personale politico e, sovente, dei popoli a cui esso risponde. Purtroppo, anche se il contrattualismo del XVIII secolo risponde ad una sorta di pre-sociologia piuttosto ingenua, ha ragione Immanuel Kant: l’unico strumento per metter pace tra la gente è lo Stato, e tra gli Stati le federazioni, ma le esperienze della Società delle Nazioni e delle Nazioni Unite ci dicono che c’è troppa eterogeneità culturale tra i popoli della terra per pensare ad utopie kantiane di “federazioni universali”. Il pacifismo proprio non basta. L’unica risposta politica è l’evitare vuoti di potere e, siccome siamo in Europa, ingaggiarsi seriamente per impedire che l’Unione europea resti un entità politica e strategica simile ad un ectoplasma, evocato in quella sorta di sedute spiritiche che riescono, a mala pena, ad essere le “catene” dei Capi di Stato e di governo attorno al tavolo tondo del Consiglio europeo. In poche parole, battersi per fare entrare in vigore il Trattato di Lisbona ed andare oltre, dando una consistenza ed una indipendenza politico militare all’Unione europea. Ma i varî Giorgio Bocca, espressi e cappuccini continueranno a pensare che siano più realistiche le invettive contro scienziati e generali. Ci si mette la coscienza apposto, non si urtano i potenti in quanto ce se la prende solo con i serî professionisti al servizio di tutti noi, e non si propone qualcosa di serio, né ci si batte per qualcosa di utile. A questo è ridotta, e non solo in questa Nazione, certa sinistra.

Emanuele Filiberto

Gli Italiani dovrebbero riflettere sull’ultimo libro di Don Gianni Baget Bozzo (Giuseppe Dossetti – La Costituzione come ideologia politica, Ares Milano 2009), di cui “il Domenicale” di Sabato 25 Luglio scorso ha anticipato stralci significativi. Certo il testo, ultimo scritto d’un sacerdote cattolico romano con profonde conoscenze teologiche, centrato sulla figura d’una sorta di monaco guerriero della “repubblica conciliare” cattocomunista, ricorda una prosa un poco alla Vincenzo Gioberti, intrisa di riferimenti teologici forse ostici ai più, certamente a noi. Tuttavia il discorso resta chiaro ed illuminante: Giuseppe Dossetti, nella sua partigianeria, avrebbe legittimato, addirittura con una teologia politica, prima il cosiddetto “arco costituzionale”, cioè la “serrata” della completa partecipazione allo Stato ai soli partiti i quali avrebbero combattuto nella resistenza al nazifascismo ed ispirato la Costituzione del 1947-’48, escludendone non solo i neofascisti ma anche i monarchici od i liberaldemocratici del movimento dell’ “Uomo Qualunque” di Guglielmo Giannini; poi, dal 1994, il tentativo d’estensione della “conventio ad exludendum” alle forze maggioritarie del Centro Destra, che vennero colpite dalle sinistre da anatema d’incostituzionalità anche se sostenute dalla maggioranza democratica dei cittadini. Scrive Giovanni Baget Bozzo: “Dossetti fece proprio questo: riuscì a dare vita ad una maggioranza politica fondata sul principio che forze anticostituzionali erano in parlamento e che la Costituzione doveva difendere la democrazia dando vita ad un partito fondato su di essa. L’Ulivo fu appunto questo. […] Per sua natura, un conflitto che aveva per oggetto una Costituzione era un conflitto radicale: una nuova forma di guerra civile prendeva il posto delle altre che l’avevano preceduta […] Ci voleva un mito fondatore e Dossetti gli diede spazio e parole. […] Il mito dossettiano era l’omaggio all’Italia ed al suo popolo, che aveva nell’antifascismo ritrovato sé stesso”. Questa fu l’ideologia dell’Ulivo, poi della “Unione”, che infine si reincarnerà nel “Partito Democratico”. Se non ché, Don Baget Bozzo acutamente rileva: “Tuttavia questa operazione, che riportava indietro la Storia a un supposto evento fondatore, non corrispondeva a verità. La Resistenza e la Costituzione non avevano rappresentato il fondamento dell’unità nazionale ritrovata dopo la fine della monarchia risorgimentale, con gli eventi che vanno dal ’43 al ’46. […] Ciò che unì la nazione, allora, fu la passione comune, una guerra inutile combattuta con coraggio e onore dalla Tunisia al Caucaso. Sofferta nei bombardamenti delle città, infine una guerra guerreggiata sul territorio. In qualunque modo fosse motivata e sofferta, la passione comune e diversa non aveva messo in discussione il fatto che il suo oggetto fosse l’Italia come popolo e come nazione. L’unità d’Italia e la nazione Italia sopravvissero alla tragedia, che del resto ugualmente imperversò in tutte le nazioni coinvolte in Europa dalla guerra. Fu questo senso comune ciò che unì gli italiani, non la Resistenza o l’antifascismo o la Costituzione, che furono parte del dramma, ma non ne identificarono l’oggetto”. Leggendo queste espressioni, di profondo Patriottismo, di Don Gianni Baget Bozzo svanisce ogni idea, legata a quegli eventi, della cosiddetta “morte della Patria”, e si svela un sentimento nazionale che, in certi periodi, sarà anche un fiume carsico, sotterraneo, ma che scava in profondità nello spirito pubblico degli Italiani. Si capisce anche perché la partigianeria astiosa contro quasi la metà dei cittadini, che ha sempre votato il Centro e la Destra, è solo servita a farla diventare maggioranza e poi consolidarla in quella scelta; e chi ne contestava e contesta la legittimità, in nome d’una visione di parte della Costituzione, non solo s’è trovato minoritario nella Nazione, ma in definitiva ha rafforzato coloro che, con toni diversi ed orientamenti spesso disparati, chiedono la revisione del testo dello Statuto fondamentale in parti non marginali. Si può parlare di Partito della Nazione, come fa l’Unione di Centro, o di “un partito conservatore e modernizzatore all’unisono”, che deve “saper declinare i valori della tradizione all’interno di una società moderna e secolarizzata”, come fa Sacconi nel Popolo delle Libertà, ma è certo che questo richiedono gli Italiani ed, in fondo, gli Europei, in questa generazione sociale e liberale.

Emanuele Filiberto

immagine-8UNITA’ D’ITALIA: EMANUELE FILIBERTO, CIAMPI E’ GARANZIA PER CELEBRAZIONI GOVERNO INTERVENGA Roma, 23 lug. - (Adnkronos) - “Ciampi e’ una garanzia per il nostro Paese e sarebbe triste se il presidente abbandonasse il comitato per le celebrazioni del centocinquantesimo anniversario dell’Unita’ d’Italia”. Cosi’ Emanuele Filiberto di Savoia commenta all’ADNKRONOS le parole del presidente emerito della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, che ha annunciato le sue dimissioni per settembre se il Governo non si impegnera’ per l’organizzazione delle celebrazioni. “Nessuno meglio di lui ha promosso la storia, le tradizioni e i valori italiani. Il governo - aggiunge Emanuele Filiberto - deve intervenire con azioni concrete per una ricorrenza cosi’ importante. Celebrazioni che posso essere anche un’opportunita’ per il rilancio del turismo, come avviene per esempio in Inghilterra”. “Spero - conclude Emanuele Filiberto - in ogni caso che il presidente Ciampi ci ripensi e che non ci lasci, perche’ contiamo su di lui e su quello che puo’ mettere in opera” (Asc/Gs/Adnkronos) 23-LUG-09 14:18